29/06/2009
07 - Scegliere il Dio Tenerezza
Lasciarsi educare da Dio tenerezza
Naturalmente scegliere è solo il primo passo: se io scelgo di andare in cima ad una montagna, ho scelto di andarci, ma non ci sono ancora. Intanto ho scelto di andarci: è già un primo passo, senza il quale non camminerò mai verso quella cima. Poi devo imparare la strada, devo attrezzarmi per percorrerla e soprattutto devo accettare la fatica del cammino. Chi va in montagna, sa quanto è faticosa la salita, però se voglio arrivare su quella cima, devo accettare la fatica, se no non ci arriverò mai. Ecco, la tenerezza suppone una scelta, suppone conoscere la strada, suppone un cammino, un tendere alla cima. La tenerezza come cima, come punto a cui guardare. Naturalmente, per poter percorrere questo cammino, che non possiamo sviluppare adesso, c’è un punto fondamentale, anzi due. Anzitutto guardare a Dio. Dio è la sorgente della tenerezza. Tutti noi siamo chiamati ad andare a scuola di tenerezza: i genitori, gli sposi, i singoli, i separati, noi presbiteri. Che cosa vuol dire andare a scuola di tenerezza, se non alimentarsi alle sorgenti dell’infinita tenerezza? Dio è la tenerezza infinita. Guardare a Dio come la tenerezza infinita, che vuole cambiare il nostro cuore, farlo passare da un cuore di pietra ad un cuore di carne, fare trionfare la parte migliore di noi, la parte dolce. Io parlavo prima del litigio di coppia, in cui ognuno “spara” all’altro: in quel momento viene fuori la parte peggiore. Bisogna invece far trionfare la parte migliore di noi, che è la parte dolce, la parte buona, più nobile, più alta, la parte della dolcezza, della tenerezza. E Dio può educarci a questo.
Il dono dello Spirito Santo ci educa alla tenerezza
Non abbiamo tempo adesso di approfondire questo tema, ma c’è un aiuto che il Signore ci ha dato per crescere nella tenerezza: è il dono dello Spirito Santo. Sapete qual è il grande regalo che il Signore fa agli sposi il giorno del loro Matrimonio? Il grande regalo di nozze del Signore Gesù agli sposi è il dono dello Spirito Santo. Dio dona agli sposi lo Spirito Santo. Chi è lo Spirito Santo nel grembo della Trinità? E’ il soffio amante del Padre e del Figlio. Agostino descriveva la Trinità con questi tre termini, bellissimi: il Padre è l’Eterno Amante; il Figlio è l’Eterno Amato; lo Spirito Santo è l’Eterno Amore, l’eterna amorevolezza del Padre e del Figlio. Allora, lo Spirito Santo, nel grembo della Trinità, è l’Amorevolezza del Padre e del Figlio. Vogliamo educarci alla tenerezza? Vogliamo cambiare il nostro cuore e imparare ad amare come Cristo ha amato la Chiesa? Dobbiamo lasciarci trasformare dal dono dello Spirito Santo. Purtroppo, lo Spirito Santo è ancora il grande sconosciuto: non lo invochiamo. Invochiamo il Padre, Gesù, ma pochissimo lo Spirito Santo. E invece lo Spirito Santo è Colui che può cambiare la nostra vita. E’ Colui che “fa nuove tutte le cose”. Ma bisogna invocarlo. Io dico sempre agli sposi: “Invocate lo Spirito Santo ogni giorno, ogni sera. Magari abbracciati, marito e moglie, invocate lo Spirito Santo. Invocatelo sui figli. Pregate insieme”. Perché lo Spirito Santo viene a cambiare i nostri cuori. Naturalmente se noi siamo disponibili, non in maniera miracolistica. Se io mi oppongo, se io non scelgo la tenerezza, lo Spirito Santo opera su ciò che trova; ma può cambiarci. Sant’Agostino diceva che lo Spirito Santo è il “Maestro interiore”; è Colui che ci guida. Per esempio per gli sposi. Come realizzare il Sacramento delle Nozze che hanno celebrato? Maestro interiore è lo Spirito Santo. Anche per chi è solo. Anche per quanto riguarda l’arte educativa, che è l’arte più difficile, chi è che ci guida? E’ lo Spirito Santo che ci aiuta a discernere quello che è bene e quello che occorre fare.
Occorre allora scegliere la tenerezza, alimentarsi alle sorgenti della tenerezza che è Dio, accogliere il dono dello Spirito per imparare a vivere la tenerezza ed essere felici. Questo è il grande augurio che io voglio fare a tutti voi; sia agli sposi, sia a coloro che sono soli, sia ai genitori. Che lo Spirito Santo, riempiendo i vostri cuori, vi aiuti a vivere la tenerezza, ad essere tenerezza, ad amarvi con tenerezza, ad amare i bambini con tenerezza – che non vuol dire con debolezza o con permissivismo, ma vuol dire con rispetto della persona, educandola a crescere, dando le giuste regole. Questa è la grande sfida! Pensate, un autore del III secolo, che ha scritto un libretto intitolato “Le odi di Salomone”, agli sposi del suo tempo faceva quest’augurio: “Amatevi con tenerezza voi che vi amate”. E io voglio fare lo stesso augurio a tutti voi: “Amatevi con tenerezza voi che vi amate” e amate i bambini con tenerezza, perché i bambini hanno bisogno della vostra tenerezza. Se li amerete, sicuramente, sentendosi amati, supereranno anche i momenti critici, l’adolescenza, tutto quello che sappiamo succede. Auguri, allora: “Amatevi con tenerezza voi che vi amate”.
Trascrizione da registrazione non rivista dall'autore
Immagine: M.I. Rupnik, Spirito Santo
05:45
Scritto da: fragiampaolo
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26/06/2009
06 - La tristezza - L'antidoto della tenerezza
Terzo sentimento negativo: la tristezza. Anche la tristezza è un sentimento negativo, che va inteso bene. Non si tratta del dolore di fronte alla morte di una persona cara o ad una disgrazia: questo è normale. Qui la tristezza viene intesa come uno stato depresso, depressivo, che vede sempre negativo, sempre il mezzo bicchiere vuoto, mai quello pieno, che vede tutto nero. Calco un po’ la mano per far capire il concetto di una persona triste, che non riesce a gioire di niente, a valorizzare le proprie risorse, o le risorse degli altri. Pensate a livello di coppia: se uno dei due è triste, anche l’altro rischia di diventare triste. Una volta un signore toscano mi disse “Io quando mi sono sposato era una persona allegra, scherzavo. Ho trovato una moglie triste: le racconto le barzellette e non ride. Allora, alla fine sono diventato triste anche io.” Vedete, la tristezza è un sentimento che certamente non fa bene alla coppia. Pare che sia importante, anche per la nostra salute psicofisica, ridere un po’. I migliori psicologi dicono che bisognerebbe ridere almeno un quarto d’ora al giorno. Fate un po’ il conto: se almeno un quarto d’ora al giorno ridete, siamo sulla buona strada. E’ stato dimostrato scientificamente vero il proverbio che dice: “Il riso fa buon sangue”; non il riso che si mangia, ma il ridere, il sorridere, il rallegrarsi. Pare che faccia bene anche alla salute, non so spiegarlo tecnicamente, ma certamente migliora la circolazione del sangue, le difese immunitarie, le capacità dell’organismo di reagire anche agli stimoli esterni. La tristezza invece è esattamente il contrario. Pensate anche a livello educativo: genitori sempre tristi, che non sanno mai fare un complimento, non sanno mai incrementare le risorse positive dei figli, certamente rischiano di generare figli altrettanto tristi, depressi. Una volta una signora mi diceva di suo marito, che era un uomo molto triste, che se la figlia tornava e aveva preso 6, lui la rimproverava perché non aveva preso 7; se aveva preso 7 perché doveva aver preso 8. Se avesse preso 10, probabilmente le diceva: “Hai fatto solo il tuo dovere”. Mai una volta un complimento, mai una gratificazione. Non è una buona pedagogia questa, di annullare le risorse. Una buona pedagogia è di incrementare le risorse, valorizzarle, canalizzarle positivamente.
Ecco tre sentimenti che ho spiegato molto rapidamente – io li ho separati, ma a volte si trovano anche tutti e tre nelle persone. Ognuno di voi può fare l’esame di coscienza e vedere in quali sentimenti si ritrova. Qual è l’antidoto a questi tre sentimenti negativi? E’ uno solo: la tenerezza, che è esattamente l’opposto di questi tre sentimenti. Si oppone alla collera, perché è rispetto, è amorevolezza, è accoglienza e dono. Se io scelgo la tenerezza, non posso lasciarmi dominare dalla collera. Almeno come obiettivo, come tendenza. Poi nessuno ci riesce completamente; ma adesso parliamo di una scelta di vita. Chi sceglie la tenerezza, non può lasciarsi dominare dalla paura, dall’ansia. Perché la tenerezza è sentirsi amati da Dio; è dire “Grazie” con la vita, riconoscendo che Dio ci dona a noi stessi. Per cui chi vive la tenerezza non può lasciarsi dominare né dall’idea del destino – perché Dio provvede alla nostra vita –, né dall’ansia – perché si affida a Dio, ha fiducia. Anche nella vita di coppia, chi sceglie la tenerezza gioca la vita di coppia su un rapporto di fiducia. In fondo il Sacramento delle Nozze è un patto fondato sulla fiducia; se non c’è la fiducia diventa un inferno; non si vive più serenamente. Terzo: chi sceglie la tenerezza si rifiuta alla tristezza, perchè la tenerezza è gioia. E’ gioia di amare e di essere amati. E’ gioia di fare della propria vita un dono. E’ una nuova leggerezza dell’essere.
Quindi la tenerezza è esattamente il contrario dei tre sentimenti negativi che spesso ci dominano. A livello di coppia, comporta tutto quel linguaggio che si chiama “linguaggio carezzevole”, il linguaggio delle carezze. Per far sentire bene il coniuge. A livello genitoriale, il linguaggio delle carezze viene rivolto verso i figli. E’ dimostrato che i bambini hanno bisogno delle carezze, come hanno bisogno dell’alimentazione, della protezione. Le carezze sono un balsamo. Il bambino deve sentire il contatto col corpo della mamma, del papà; sentire che c’è qualcuno che lo accoglie, che lo fa sentire amato. Questo è fondamentale per il bambino, ma è fondamentale anche a livello di coppia. La stessa sessualità coniugale è l’espressione di questo linguaggio carezzevole, per cui ognuno fa sentire l’altro amato. Una terapista americana ha scritto che ognuno di noi, grande o piccolo, ha bisogno di quattro carezze al giorno per sopravvivere, otto per vivere, dodici per vivere bene. Fate una verifica.
Il problema è di scegliere la tenerezza, di non farsi scegliere dai tre sentimenti negativi. Nessuno di noi sceglie la collera, l’ansia o la tristezza; sono questi sentimenti che scelgono noi, se abbiamo avuto genitori con queste caratteristiche. Siccome però noi siamo persone libere, in grado di scegliere, il problema è non farsi dominare da quei sentimenti che sono stati generati in noi, ma scegliere la tenerezza come progetto di vita. Questa è la grande sfida! Io direi anche a chi di voi lavora nel campo della Pastorale: ditelo ai fidanzati che il Matrimonio sarà felice se tutti e due scelgono la tenerezza come sentimento forte, se lavorano per essere tenerezza l’uno per l’altro. Perché vuol dire imparare l’”arte di amare” e questo vale anche per le coppie in difficoltà. Io vi posso dire che le coppie che superano le crisi, le superano proprio riscoprendo la tenerezza come grazia di un nuovo “innamoramento”. La capacità di innamorarsi di nuovo ogni giorno, di riscoprirsi ogni giorno, uscire dalla mediocrità, dall’apatia, dall’anestesia dei sentimenti – perché spesso nella coppia si introduce questa sorta di freddezza emotiva, per cui ognuno è scontento e poi scarica le proprie rabbie o tristezze sull’altro. Il problema è di scegliere la tenerezza come progetto di vita.
Trascrizione da registrazione non rivista dall'autore
06:31
Scritto da: fragiampaolo
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11/06/2009
05 - La paura impedisce la scelta della tenerezza
L’altro sentimento, la paura, pare che sia più femminile, però anche qui ci sono eccezioni. Questo sentimento della paura va distinto bene dalla sana prudenza – se io vado a trecento all’ora sull’autostrada sarà meglio che abbia paura. Qui, quando si parla di paura, si intende quell’ansia, quello stato di agitazione che uno vive sempre. Per cui vive sempre con questa preoccupazione martellante che qualcosa accadrà, anche se le cose vanno bene. Anche questo è un sentimento distruttivo, perché uno non può vivere sempre nella “pre-occupazione” – “occuparsi prima”, nell’ansia che qualcosa accadrà: è uno stress continuo. Pare che questo sentimento dell’ansia derivi dal concetto greco di “destino”. Faccio una piccola parentesi: il concetto greco di destino è una sorta di fato impersonale che guida la storia, per cui siamo in balìa di questo destino capriccioso; la storia è ciclica e c’è un periodo buono e poi un periodo cattivo. Noi purtroppo abbiamo assimilato questo concetto, spesso infatti usiamo questa espressione: “E’ il destino!”. Non usate più questa parola! Non esiste per noi il destino! Per i cristiani esiste Dio Provvidenza, che ci ama, e la nostra libertà, che può dire “sì” a Dio o che può dire “no”. Ecco, l’ansia in gran parte deriva da quest’idea per cui le cose vanno bene, ma qualcosa succederà. La tragedia greca deriva da quest’idea del destino. Che cosa succede quando c’è l’ansia, quando ci si lascia guidare dal destino? Pensate quanti in Italia vivono sotto l’ansia del destino e si lasciano abbindolare dai maghi. Sono oltre undici milioni gli utenti di magia in Italia. Facendo fare i soldi a questi cialtroni di maghi e cartomanti. Evidentemente, la gente ha paura, perché in fondo la magia si gioca su questo, sul sentimento della paura riguardo alla ricchezza, all’amore, alla salute e allora ci si affida a queste persone. Quando uno dei due coniugi è ansioso, si crea una difficoltà comunicativa fra i due. Perché chi vive nell’ansia, vive sempre nella paura che qualcosa accada. Allora l’altro ha paura anche a dire mezza parola, perché ha paura di incrementare quest’ansia. L’ansia è all’origine di quella che si chiama la “gelosia patologica” nella coppia. La persona ansiosa vivrà sempre col sospetto che il coniuge possa tradirla, per cui sarà continuamente a fare accuse, continuamente penserà che qualcosa c’è, vedrà sempre il male in qualunque cosa. Voi sapete che la gelosia patologica è distruttiva per la coppia. Altro è la sana gelosia, che è importante nella coppia. Perché che ognuno dei due voglia che l’altro sia solo per sé, questo è sano. La gelosia patologica invece è uno stato di preoccupazione, di agitazione che impedisce un sano dialogo, impedisce una comunicazione serena. Anche l’altra parte non sa mai se una cosa dirla o non dirla. Ho inventato una storiella per spiegare questo concetto. Facciamo conto che in una coppia lei sia ansiosa, quindi viva questa gelosia un po’ malata, troppo accentuata. Il marito va a prendere il caffè, uscendo dall’ufficio, e arriva una ex fiamma e si salutano e tutto finisce. Per strada si chiede se deve dire alla moglie che ha incontrato una sua ex, ma decide di non dirle niente per non agitarla inutilmente. Succede però che, mentre lui e la ex erano insieme a prendere un caffè, passava da quella strada un’amica della moglie. Questa naturalmente non resiste, telefona alla moglie e aggrava ancora di più la situazione perché comincia: “Ho qualcosa da dirti ma non te lo posso dire”. Già lei è ansiosa, figuriamoci come l’ansia cresce. Poi alla fine le dice che ha visto il marito con la ex, magari anche arricchendo di particolari eccessivi. Pensate che cosa succede in quella famiglia, in quella coppia. Perché la moglie giustamente dice: “Non me lo hai detto, dunque c’è qualcosa”. Lui dovrebbe spiegarle: “Però se te lo dicevo, tu mi facevi un sacco di caos; allora ho evitato”. E’ difficile. Una volta ho raccontato questo esempio e un signore mi ha detto: “Ma lei mi ha seguito?”. Si vede che gli era successo qualcosa del genere. E’ un esempio per dire come sia difficile, quando c’è questo stato ansioso, anche comunicare serenamente. Certamente quest’uomo ha sbagliato: è sempre bene dire la verità. Però anche la donna sbaglia, se io ti dico la verità e tu mi crei un caos. Pensate anche a livello educativo: l’ansia è un sentimento contagioso. Una mamma ansiosa, o anche un papà ansioso, comunicano ansia ai figli. Anche qui una cosa è la sana prudenza: se c’è un pericolo va bene saper dire anche dei “no”. C’è un libro intitolato “I ‘no’ che aiutano a crescere”. Ma l’educazione è soprattutto fatta dai “sì”; cioè deve favorire la crescita. Non puoi sempre dire “no” e sempre “attenzione”, perché questo crea personalità instabili, fragili. Il genitore ansioso è iperprotettivo e questo non aiuta i figli a crescere, anzi crea situazioni di debolezza, di fragilità, di paura. L’ansia si comunica. Così come la collera crea personalità colleriche, l’ansioso crea personalità ansiose. Quindi non lasciamoci scegliere neppure dall’ansia.
Testo trascritto da registrazione non rivisto dall’autore
11:16
Scritto da: fragiampaolo
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04/06/2009
04 - Scegliere la tenerezza - La collera
Scegliere la tenerezza
Bisogna fare un secondo passaggio: scoprire che la tenerezza è inscritta in tutti noi. Siamo esseri di tenerezza, perché siamo creati da Dio a Sua immagine e somiglianza. Perché allora la tenerezza non trionfa in noi? Dovrebbe essere naturale per noi essere tenerezza. Purtroppo, a parte il peccato originale che ci ha ferito nella natura umana, noi nasciamo in una famiglia, in una società, in un ambiente che spesso fa prevalere in noi sentimenti opposti alla tenerezza. Allora il problema è di scegliere la tenerezza come sentimento forte, sentimento dominante, come progetto di vita. Questa è la grande sfida! C’è chi fa questa scelta e c’è chi non la fa. Nella vita di ogni persona umana, come nella vita della coppia, come nella vita dei genitori verso i figli, ci possono essere quattro sentimenti dominanti. Seguo una scuola di pensiero che si chiama Analisi Transazionale, secondo cui ci sono quattro sentimenti forti nella nostra vita:
- la collera
- la paura/ansia
- la tristezza/depressione
- la tenerezza
Da questi quattro sentimenti dipende il modo in cui interpreto me stesso, la mia persona, il rapporto con l’altro da me, la vita della coppia, l’impegno genitoriale. Soffermiamoci un momento su questi quattro sentimenti, perché l’interrogativo è sapere quale tra questi diventa dominante. Ognuno di questi quattro sentimenti c’è in tutti noi. Il problema è quale diventa quello che decide, determina il mio modo di essere, il mio stile di vita, la mia vita di relazione.
La collera:
qui viene intesa non nel senso della “santa collera”. C’è infatti anche una “santa collera”. Per esempio Gesù che se la prende con gli ipocriti, con gli scribi e i farisei; che nel tempio rovescia i tavoli dei cambia valute. Quella è una “santa collera”, perché si tratta di difendere i diritti di Dio, quindi la verità. Come quando il Battista rimprovera Erode. Qui parliamo invece della collera irrazionale, l’intolleranza, l’insofferenza, chi vive sempre nella rabbia, c’è l’ha sempre con qualcuno. Io generalizzo, ma ci sono tante soglie di collera, da quella minima fino a quella massima. La collera è un atteggiamento distruttivo, perché fa vivere in un atteggiamento di stress continuo: si è sempre “contro”, contro qualcuno. Si pensa che tutti i mali dipendano dagli altri, mai da noi stessi. Soprattutto il collerico, a livello personale, pensa: “Io sono a posto, sono gli altri che sbagliano”. Questa è l’idea forte del collerico, che si esprime in varie sfumature. Pensate a livello di coppia. Se uno dei due è collerico, rende difficile la vita all’altro, perché tenderà ad accusarlo, a colpevolizzarlo, non riconoscerà mai i propri errori. Una volta è venuta una signora, insieme al marito, che ha cominciato così la conversazione con me: “Don Carlo, il 99,9% di tutti i guai dipendono da lui!”. Quindi lei si sentiva perfettamente a posto. Ho cercato di spiegarle che non è mai così, di solito è il 50-50 o il 60-40, ma non è mai possibile che uno dei due sia perfetto. E’ rimasta male e poi non è più tornata, perché probabilmente ha pensato che anch’io sono sbagliato!
Questo è il problema. Io conoscevo anche il marito che, poverino, deve subire una situazione di questo genere: è difficile ragionare con una persona che pensa di avere sempre ragione, che è perfetta e che sono gli altri che sbagliano sempre. Non è mai così: è sempre azione e reazione. Dunque a livello coniugale la collera è distruttiva. Pare sia distruttiva anche a livello personale, perché il collerico vive uno stress continuo, non vive bene, non vive in pace, non vive sereno. Vive sempre arrabbiato, con se stesso, con gli altri, con Dio, perfino. E’ chiaro che questo, in un modo o nell’altro, si riverbera anche sul corpo, sulla psiche: le famose malattie psicosomatiche, dalle cardiopatie fino alle ulcere, in gran parte derivano da questi stress di chi vive sempre nella rabbia. Pensate anche a livello educativo: il collerico abuserà della sua autorità. Non si limiterà alla giusta autorevolezza. I genitori devono essere autorevoli, devono esigere e dare delle regole ai figli. Tenerezza non vuol dire permissivismo, non vuol dire debolezza. Gesù stesso, che è la persona più tenera che sia mai venuta a questo mondo, voi sapete che quando deve rimproverare rimprovera: comprende l’adultera, ma le dice “Non peccare più”. Tenerezza è autorevolezza, però è anche comprensione, è rispetto della persona. Ora, il genitore collerico non ha rispetto. Porto un esempio: userà il verbo “essere” al negativo. Il verbo “essere” non è mai da usare al negativo, perché identifica la persona. Se io dico a una persona “Tu sei capace”, identifico quella persona con le sue capacità. Se dico a un bambino: “Tu sei incapace”, “Tu sei cattivo”, identifico il bambino con l’incapacità, con la cattiveria. E sbaglio due volte: primo perché non è vero, nessun bambino è per natura incapace o cattivo, se mai lo facciamo diventare noi, se è un bambino non amato. Ma soprattutto si sbaglia perché quel bambino comincerà a pensare di essere davvero cattivo, di essere davvero incapace e quindi ne andrà di mezzo la sua autostima, con tutto quello che ne consegue. Il verbo essere va usato solo al positivo: “Tu sei capace”. E se il bambino sbaglia? Si corregge il comportamento. Il bambino gioca a pallone in cucina, rompe un vetro; certo non devo dirgli “Sei stato bravissimo”, però gli dirò “Tu sei intelligente, sai benissimo che non si gioca a pallone in cucina; questo comportamento non voglio più che tu lo faccia”. Posso mettere anche delle sanzioni. Naturalmente non punizioni fisiche, ma, per esempio, non guardare la televisione. Questo serve per educarlo a delle regole. Ma altro sono delle regole, altro è annullare la personalità del bambino. Il verbo “essere”, invece, usato al negativo, non rispetta la personalità del bambino, la annulla, in un certo senso la distrugge. Il collerico non si pone queste questioni, perché vive dell’elemento emotivo, della rabbia e scarica magari anche le rabbie che derivano da altre situazioni o dall’ambiente di lavoro, sulla moglie o sul marito o sui figli. Quindi, non lasciamoci scegliere dalla collera! La collera è negativa. Pare che sia più maschile la collera, ma ci sono anche le donne colleriche.
Immagine: Dossi Dosso, Collera, 1515-16, Collezione Vittorio Cini, Venezia
22:48
Scritto da: fragiampaolo
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25/05/2009
03 - Cosa si intende con il termine "tenerezza"?
Terza parte della riflessione di don Carlo Rocchetta
Che cosa si intende con il termine “tenerezza”?
Già il termine tenerezza è un termine particolarmente evocativo. Evoca momenti belli, che abbiamo vissuto. Chi di noi, pensando a questo termine, non sente dentro di sé una commozione per i momenti particolari che ha vissuto, magari quando era piccolo, quando si è sentito amato? Chi di voi ha vissuto un innamoramento? La tenerezza evoca questi ricordi, queste sensazioni piacevoli. La memoria di attimi vissuti, di nostalgie incancellabili, a volte anche di momenti dolorosi; quando un nostro caro ci ha lasciato, il papà o la mamma, e ci ha dato l’ultimo sorriso, abbiamo vissuto una tenerezza immensa. E’ una tenerezza dolorosa, ma che ci ha commosso. La parola “tenerezza” è così evocativa in noi perché risveglia quello che più profondamente ci caratterizza come esseri creati ad immagine e somiglianza di Dio. Cioè evoca, come dicevo all’inizio, il desiderio di amare e di essere amati. Per questo la parola “tenerezza” è così evocativa.
L’unico problema è distinguere bene la “tenerezza” dal “tenerume”: sono due cose diverse. In alcune zone questa parola “tenerume” vuol dire anche un certo tipo di erbe molto “morbide”, di ortaggi; ma il suo significato vero è un altro. Andate a vedere in qualunque dizionario. Alla parola “tenerezza” si dice: “sentimento di soave commozione, di partecipazione”, alla parola “tenerume” si dice: “falsa tenerezza, sdolcinatezze, svenevolezze di ogni genere”. Questo è il significato originale. Ecco, io credo che sia utile fare questa distinzione, anche se fa un po’ sorridere, perché noi parliamo della tenerezza e non del tenerume. O, se vogliamo, parliamo della tenerezza come sentimento e non del sentimentalismo della tenerezza. E non è una distinzione accademica questa; è una distinzione fondamentale. Soprattutto per alcuni motivi. Anzitutto, se io parlo della tenerezza come sentimento, intendo dire un sentimento forte, che mi orienta al tu dell’altro. Quindi mi mette in atteggiamento di dono e di accoglienza. La parola tenerezza deriva dal verbo “tendere”, per cui significa tendere verso l’altro, accogliere l’altro, farsi spazio ospitale per l’altro. Questa è tenerezza. Cioè è una relazione di condivisione fatta dal dono e dall’accoglienza. Invece il sentimentalismo della tenerezza è esattamente il contrario: è volere l’altro per sé. L’altro mi deve dare qualcosa. Sono due atteggiamenti diametralmente opposti. La tenerezza è dono e accoglienza, il tenerume o sentimentalismo della tenerezza è piuttosto captazione, appropriazione dell’altro per sé. Sono due atteggiamenti profondamente diversi. Pensate anche a livello di coppia. Faccio qualche esempio: se una coppia vive la tenerezza, ognuno dei due si domanda: “Che cosa sto facendo io perché l’altro sia felice?”. Questo è tenerezza: desiderare il bene dell’altro. Invece, se uno si limita al sentimentalismo, la domanda è: “Che cosa mi stai dando tu perché io sia felice?”. Vedete i due atteggiamenti? Nel primo caso il baricentro è il desiderio della felicità dell’altro; invece nel tenerume è il contrario. Sono due atteggianti molto diversi. Questa sembra una cosa ovvia, però, già da questo primo punto, si vede la differenza fra una coppia che si è educata alla tenerezza e una coppia che invece non si è educata alla tenerezza. Se la coppia si è educata alla tenerezza, ognuno cerca di rendere felice l’altro, quindi si mette in atteggiamento ablativo, di dono, di accoglienza, di comunione. Invece, in una coppia che non si è educata alla tenerezza, ognuno pensa a sé, ognuno si impone all’altro, creando tutte quelle situazioni conflittuali che ben conosciamo. Questa è una prima differenza tra tenerezza e tenerume. La tenerezza è dono e accoglienza; il tenerume è possesso, è captazione. E’ importante chiarire il concetto, per sapere bene di che cosa parliamo.
Una seconda differenza è che la tenerezza si pone a livello di essere: essere tenerezza. Mentre il tenerume si pone a livello di avere: avere tenerezza. Altro è essere, altro è avere. E’ chiaro che solo quando io mi impegno ad essere tenerezza, vivo la tenerezza. L’avere invece è legato al fluttuare dei sentimenti, all’emotività: quando le cose vanno bene è tutto a posto; quando le cose non vanno bene, si diventa ostili l’uno con l’altro. Naturalmente ci sarebbero tante altre differenze, ma credo che questa sia fondamentale. Cioè, quando diciamo tenerezza, intendiamo dire quest’atteggiamento che si fa spazio accogliente, si lascia “abitare” dall’altro, si fa dono per l’altro, perché l’altro sia felice.
Leggi tutto: Terza parte della riflessione di don Carlo Rocchetta.doc
Immagine: Madonna col Bambino (Eleusa), Parrocchia Santa Sofia, Padova (per approfondimenti clicca qui)
17:39
Scritto da: fragiampaolo
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23/05/2009
02 - La tenerezza come progetto di vita
Seconda parte della riflessione di don Carlo Rocchetta
La tenerezza come progetto di vita
Come far sì che la tenerezza diventi un progetto di vita, per ogni singola persona, per ogni coppia, anche per ogni persona che si trova nella condizione di separazione? Io ho appena pubblicato un libro, proprio per i separati, intitolato “Vite riconciliate. La tenerezza di Dio nel dramma della separazione”. Certamente la separazione è un dramma. Ma la tenerezza di Dio può alleviare quella
sofferenza. Soprattutto chi si trova ingiustamente lasciato dal coniuge, chi vive il dolore della solitudine, nella tenerezza di Dio può trovare non la soluzione, ma certamente un balsamo, certamente un aiuto per affrontare la propria condizione in maniera “nuova”, ritrovando quella forza che permette di affrontare anche questa difficile condizione di separazione. Questo tema è fondamentale per gli sposi, per i separati e – direi – per i figli. E’ fondamentale per i bambini. Noi abbiamo scritto un libro, intitolato “Il diritto dei bambini alla tenerezza”, perché crediamo che i bambini, che vengono a questo mondo, hanno questo diritto fondamentale. Assieme a tutti gli altri diritti sacrosanti della protezione, dell’alimentazione, hanno il diritto a sentirsi amati, il diritto di trovare una culla, in cui si sentano accolti, amati, apprezzati, possano crescere in maniera profondamente umana, profondamente matura. Voglio leggervi, a questo proposito, il tema di una ragazzina, di prima media, figlia di separati, che racconta un po’ la sua sofferenza. Questo riguarda anche i figli delle coppie in cui non ci si ama. Anche nelle coppie in cui si sta insieme, ma si sta insieme come due binari paralleli, si è separati di fatto, si litiga continuamente, c’è conflittualità, anche in quelle coppie i figli soffrono da morire. Per cui leggo questo tema, non tanto perché è figlia di separati, ma perché dobbiamo renderci conto che, senza tenerezza, non c’è aiuto, non c’è sviluppo pienamente umano per i bambini. Allora mi permetto di leggervi questo tema, perché fa molto riflettere, almeno a livello introduttivo, poi approfondiremo in maniera sistematica il nostro argomento. Il titolo del tema è “Se tu potessi scegliere di rinascere, indicando il luogo, la casa e scegliere le condizioni dei tuoi familiari, che cosa vorresti?”. “Ciao mi chiamo Chiara” – il nome è inventato – “e mi ritengo una persona simpatica e calma. Purtroppo i miei sono separati da tre anni ormai ed io spesso sono molto triste, perché non è semplice dimenticare i momenti felici passati con papà e mamma, tutti insieme come una normale famiglia. Nel senso che, chi potrebbe dimenticarsi i momenti felici passati a scalare montagne, fare gite al mare, tutte le vacanze trascorse insieme tra allegria e divertimento? Insomma, quando passo davanti alla camera della mia mamma, non posso fare a meno di pensare che una volta su quel letto ci dormivano due persone, papà e mamma, e ora ce ne dorme una sola e che, da un momento all’altro, potrebbe dormirci un altro uomo!!! Ora i miei si odiano a morte, sembra quasi di vivere in mezzo ad un campo di battaglia, nel quale mio fratello ed io siamo gli elementi di contesa. Negli ultimi tempi io e mia madre litighiamo parecchio – so che per alcuni di voi potrebbe sembrare normale litigare con i propri genitori, soprattutto se si è nel periodo dell’adolescenza, ma io e lei litighiamo non per motivi banali, bensì per motivi seri del genere: ‘Voglio andare a vivere dal papà. La mia vita con te è un inferno’. E’ per questi ed altri motivi che mi piacerebbe rinascere lontano dall’Italia, giusto per dimenticare il mio brutto e triste – in parte – passato.” – una bambina a 12 anni dice “il mio triste passato”: è un fatto doloroso - “Un Paese lontano, come l’America. Sì, proprio l’America, il Paese dove visse mia nonna, il Paese dove mio papà ha ereditato una casa, il Paese che la mamma mi ha sempre proibito di visitare. Io vorrei rinascere felice.” – questo è il punto più toccante – “ Vivere insieme a papà e mamma come una normale famiglia, tra amore e tenerezza. Non vorrei più vivere nella situazione nella quale mi trovo. Vorrei solo dimenticare l’inferno. Per tali motivi penso spesso a quella che potrebbe essere la mia giornata ideale. Sarebbe la seguente” – pensate la giornata ideale di questa ragazzina! – “Mi alzo alla mattina presto, mi lavo, mi vesto, vado a fare colazione e vengo accolta dai miei: ‘Buongiorno Chiara!’. Dopo aver mangiato, mi lavo i denti, saluto tutti ed esco per andare a scuola. Finita la scuola torno a casa, pranzo insieme a tutta la famiglia divertendoci e ascoltandoci come abbiamo passato bene la giornata. Faccio i compiti e, una volta che tutti li hanno finiti, usciamo a fare un po’ di compere. Torniamo a casa felici e contenti, ceniamo, ci vestiamo per la notte e ci auguriamo la buonanotte. Ecco, non mi sembra di chiedere troppo. Infine vi saluto con un grande ‘Ciao’ al prossimo tema”. Ho voluto leggere questo tema perché queste situazioni purtroppo sono tantissime e, ripeto, non sono solo i casi in cui la coppia è separata, ma anche la coppia che vive insieme, ma vive come se fosse separata, quando non c’è la tenerezza tra gli sposi, quando gli sposi non si amano, quando vivono come estranei l’uno verso l’altro o addirittura manifestano scene talvolta di violenza, se non fisica comunque emotiva. Questi sono traumi. Ecco, quando parlo del diritto dei bambini alla tenerezza, intendo dire tutto questo. Vedete che l’argomento tenerezza come accoglienza, tenerezza come comunione, ha tanti aspetti, riguarda ciascuno di noi singolarmente, riguarda la coppia, riguarda i figli, riguarda i genitori, riguarda il discorso di costruire una famiglia che sia un progetto di tenerezza, una comunità che vive la tenerezza al proprio interno e la comunica, la trasmette agli altri, specialmente ai figli. I figli hanno bisogno di questo. Quando manca la tenerezza, si creano tanti di quei disturbi nei bambini di cui forse noi non abbiamo coscienza. In Italia il venti per cento dei bambini soffre di disturbi seri – 2 su 10 – e la causa in gran parte è il vuoto affettivo, le deprivazioni affettive, le violenze, le conflittualità, le situazioni che sperimentano i bambini nei primi tre/sei anni, che sono quelli decisivi, e poi naturalmente nel periodo successivo. Ho fatto questa lunga introduzione per dire che l’argomento che trattiamo non è un argomento secondario. E’ un argomento che ci interessa da vicino, che interessa le vostre famiglie, interessa tutte le famiglie, interessa i genitori, interessa i figli, interessa gli adolescenti – perché quando gli adolescenti si ribellano in maniera molto più forte del normale ci sono stati dei vuoti affettivi precedenti, delle carenze profonde.
Trascrizione da registrazione non rivista dall’autore
Immagine: Leonardo da Vinci, Madonna Litta, Museo Ermitage di San Pietroburgo
05:47
Scritto da: fragiampaolo
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18/05/2009
01 - La Tenerezza: vocazione all'amore
Il giorno 9 maggio 2009 abbiamo avuto la gioia di accogliere e ospitare don Carlo Rocchetta per un incontro rivolto alle famiglie sul tema “La tenerezza coniugale. Spazio di accoglienza e comunione”.
Penso di fare cosa utile nel non pubblicare in un colpo solo tutto l’intervento preferendo invece “spezzettarlo” in sezioni più piccole per permettere una più attenta riflessione e revisione di vita. Ogni sezione dell’incontro diventa così un post sul tema della famiglia.
Alla fine pubblicherò anche l’intero file audio per riascoltare l’intervento.
Buona lettura e meditazione.
La tenerezza: vocazione all’amore
“La tenerezza come accoglienza e comunione”. La parola centrale è “tenerezza”. Naturalmente la parola “tenerezza” va intesa in senso alto, non in un senso più o meno emotivo o sdolcinato, ma in un senso profondo, come sentimento forte, con cui ogni persona è chiamata a misurarsi, perché dalla tenerezza dipende la felicità di ognuno. Il contrario della tenerezza, sapete che cos’è? E’ l’asprezza, la durezza di cuore; in termini biblici si direbbe il “cuore di pietra” e non il “cuore di carne”. Quello di pietra è il cuore indurito, il cuore che non sa amare, che non sa farsi amare, il cuore che si oppone all’altro, che si contrappone all’altro. Il “cuore di carne” è il cuore che accoglie, che ama, che crea relazioni di comunione. Ecco perché la tenerezza è lo “spazio” perché noi sappiamo aprirci all’accoglienza e creare relazioni di comunione gli uni con gli altri. Questo tema è fondamentale per ogni persona, per ognuno di noi, perché dalla tenerezza dipende – lo ripeto – la nostra felicità. Il sentimento della tenerezza è il sentimento più alto, più nobile inscritto in tutti noi. Un autore come Erich Fromm, che non è un autore cristiano e che però ha scritto un bel libro su “L’arte di amare”, dice che, fra tutti i sentimenti che la persona umana ha coltivato lungo la sua storia, non ne esiste uno più alto del sentimento della tenerezza, come sentimento umano e umanizzante. Vale a dire che una persona che non fosse capace di tenerezza, non sarebbe nemmeno persona umana. Pensate a una persona che è sempre dura, ostile, aspra, che non sa amare e non sa farsi amare: non è pienamente persona umana, al limite rasenta la brutalità. Questo vuol dire Fromm: la tenerezza è un sentimento umano e umanizzante, che ci umanizza, ci rende persone capaci di relazione. La tenerezza è un sentimento forte, come dicevo, perché noi siamo “esseri di tenerezza”. Perché siamo creati a immagine e somiglianza di Dio, che è infinita tenerezza. Noi siamo esseri che portiamo in noi iscritto questo DNA: la vocazione ad amare e ad essere amati. Questo significa tenerezza: il desiderio di amare e di essere amati che è inscritto in tutti noi. E si è felici se si realizza questo “sogno”: questo sentirsi amati e sentire di amare. Dunque un tema fondamentale per tutti noi e un tema fondamentale per gli sposi. Perché io credo di poter dire - alla luce dell’esperienza che vivo quotidianamente – che la patologia della vita coniugale comincia quando tra i due sposi non c’è più tenerezza. Quando ognuno dei due si sente solo, non si sente amato, si sente addirittura rifiutato dall’altro, comincia la crisi, comincia la patologia della vita coniugale. Dalla tenerezza dipende la felicità della coppia, cioè la capacità di vivere una relazione “cordiale” - la parola “cordiale” deriva dal latino “cor, cordis” -, una relazione che nasce dal cuore e porta a relazioni umane, affettive, positive. Questo tema è fondamentale dunque per gli sposi. La stessa sessualità degli sposi se non è vissuta nella tenerezza, è vuota, diventa qualcosa di soltanto fisico, di “routine”, è come un corpo senza anima. E’ la tenerezza che dà alla sessualità quello che la sessualità da sola non può dare: nel senso dello stupore, della meraviglia, la gioia di essere dono e accoglienza l’uno per l’altro. Tutto questo deriva dalla tenerezza, dalla capacità di attivare in noi questo sentimento profondo che c’è in noi, non si tratta di inventarlo, non si tratta di imporlo; si tratta di farlo emergere, perché noi siamo esseri di tenerezza, portiamo in noi questa vocazione ad amare e ad essere amati. Il problema è che questo sentimento venga fuori.
il testo è una trascrizione da registrazione non rivista dall'autore
17:35
Scritto da: fragiampaolo
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