02/04/2010
Venerdì santo
15:00
Scritto da: fragiampaolo
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Triduo, meditare con l'arte
07:11
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01/01/2010
Meditazione per immagini - auguri 2010
Pastori: Testimoni del Mistero
Nell’Ottava del Natale vi proponiamo una meditazione per immagini sul mistero della nascita di Gesù. Attraverso la interpretazione della "Adorazione dei Pastori” di Georges de la Tour (SecXVII) Suor Maria Gloria Riva ci aiuta a “conservare tutte queste cose meditandole” nel nostro cuore, come Maria.
L’augurio è che possiamo vivere questa accoglienza nel cuore per tutto questo nuovo anno.
Auguri di un sereno 2010.

Il racconto della Nascita di Gesù è serrato entro l’antro oscuro della grotta di Betlemme.
Dallo sfondo bruno emergono le figure di Maria, Giuseppe e dei pastori avvolti nei toni caldi del marrone, nel rosso infuocato , nei giochi di luce prodotti da una tremula fiamma. I pastori e la levatrice ci stanno di fronte. Sono giunti di corsa, senza indugio, ma ora si sono come arrestati di fronte all’indicibile mistero che anima quel luogo, quel Bimbo.
Il pastore più nascosto è un sognatore, tiene un flauto tra le mani e solleva stupito la tesa del cappello. Là fuori ha lasciato i suoi sogni, le sue speranze, l’attesa di un futuro immaginato. Ora, con quel gesto, sembra allontanare tutto, c’è un Presente qui che azzera ogni desiderio, ogni attesa. Questo pastore, proprio perché nascosto, dà profondità alla scena, la luce gli bagna appena il volto rivelando la gioia profonda che, ormai, lo abita. Egli sembra dire: “Sono chiamato ad un’avventura della quale sono protagonista, ma non artefice. Sono parte di un disegno immenso il cui architetto ha il trono nel Cielo, ma veste, sulla terra, gli umili panni di un Bambino”. Fidarsi della debolezza – questo dice a noi – ardire, osare giocarsi nel rischio della fede. Offrire a Dio tutte le proprie risorse, la propria inventiva, senza reticenze, né malizia, orgoglio o strapotere, ma con l’abbandono docile nelle sue mani. Lo stesso abbandono che ha quel flauto nelle sue mani di giovane pastore perché il vento dello Spirito divino suoni anche in noi melodie nuove e di salvezza.
L’altro pastore è pensoso, egli ha lasciato là fuori la preoccupazione delle greggi abbandonate, del fuoco che minaccia di spegnersi, dell’albeggiare che invita a riprendere il cammino. Col pugno serra forte il suo bastone e ha portato con sé l’agnello più piccolo del gregge: egli è consapevole del suo essere pastore, sa quanto la sua guida sia fragile e la cura del gregge insufficiente alle reali necessità che il gregge stesso richiede. Forse ha avuto qualche timore ad abbandonare il posto di guardia e a gettarsi in questa corsa alla sequela dell’annuncio angelico. Lui così concreto, così avvezzo ad assumersi per intero le sue responsabilità, si è sentito un po’ a disagio prima di varcare questa soglia. Ma ora anche lui è lì assorbito da quella luce soprannaturale, eppure vera. Davanti a lui c’è una guida più sicura dell’antico rotolo della legge, c’è una luce più luminosa della torà. Il Dio pastore è qui: chi potrà smarrirsi? Egli non ha mandato angeli e profeti, ma è venuto lui stesso ad abitare nelle nostre tenebre.
La levatrice non sa cosa guardare, se la sua ciotola d’acqua inusata o quel bambino prodigioso venuto al mondo senza aiuto, senza doglie di parto, ma in un’estasi di luce. E’ una donna curata, capace, la si vede nel suo abbigliamento preciso dove nulla è lasciato al caso. Forse avrà sentito compassione per quei due sposi, erranti, senza alloggio sicuro; avrà temuto per quella giovane madre, sicuramente al suo primo parto e si sarà precipitata generosa nella grotta con l’acqua calda per il parto e il peso della sua esperienza: Ora, però, giunta qui, si scopre inutile, scopre che l’opera di quella giovane sposa è di altro spessore rispetto alla sua, che quel bambino la costringe a perseguire un’esperienza di altro genere, di altra natura, di altro segno. Il cuore, allora, le si riempie di dolcezza perché comprende di essere chiamata, anch’ella, ad un’altra maternità. La sua ciotola d’acqua si fa leggera e, benché non più necessaria, non è inutile, essa è il segno della sua risposta a una chiamata che l’ha sorpresa attenta, pronta, vigilante, per quanto inconsapevole. Come i pastori. Questa donna ci insegna a mettere tutto di noi nelle cose che facciamo, che ci vengono richieste, consapevoli però che le nostre opere sono riempite da un Altro.
Giuseppe chiude il quadro e ci fa ombra, tiene fra le mani una candela che è segno dell’unica luce che può illuminare il Mistero di quel bambino: la luce della fede. Egli sa di non essere, solo quel Bimbo è. Copre persino la fiamma della candela con la mano, perché una sola è la luce che deve colpire lo sguardo dell’osservatore: quella di Gesù, l’unica capace di illuminare ogni uomo.
Maria è la più solitaria del gruppo. Apre la scena da sinistra, ma non ha un atteggiamento materno. Non tiene il bambino tra le mani ed è in atteggiamento ieratico, sacerdotale. Le sue mani gettano sull’abito un’ombra che assume la forma delle ali di una colomba. Sono le ali dello Spirito Santo che la inibita, unico autore di quel’evento miracoloso. E’ lei, la Madre, è tutta compresa della grandezza del Mistero che Dio ha compiuto nella sua vita e ha il presentimento del carico di dolore che un simile amore per l’uomo comporterà al suo Dio Bambino.Questo dice il suo abito rosso, lavato già nel sangue dell’Agnello. L’abito di peccato che lei – sia pure senza macchia - accetta di portare con il Figlio: “se anche i vostri peccati fossero come scarlatto diventeranno bianchi come neve”.
E questo candore promesso dal profeta si registra intenso nel Divino Infante. Gesù è il centro di tutto, è da lui, e non già dalla candela di Giuseppe, che sprigiona la vera luce.del quadro. Attorno a lui ruotano tutti i volti e tutti i simboli del dipinto. Egli è bambino, eppure già dormiente nel sonno della morte; è neonato eppure già avvolto nelle bende e in un sudario, umile promessa di resurrezione.
Tutta la fede della chiesa, tutta la nostra fede è registrata qui: nel bastone del primo pastore si scorge il simbolo di Cristo, vero Pastore dell’umanità, nel flauto del secondo il canto di speranza che Cristo è venuto a portare, nell’acqua della levatrice, le acque lustrali della Madre Chiesa in cui rinascono a vita nuova i figli di Dio, nella candela di Giuseppe la fede dei credenti, nell’abito di Maria la chiesa sorretta e guidata dall’Amore, che è lo Spirito Santo, dentro gli infuocati panorami della storia. Tutti ruotano attorno a Gesù, ma Gesù è rivolto verso di noi…costretti lì dietro la tremula luce della fede. E’ da qui che siamo invitati ad inchinarci e adorare.
Questo testo è stato proposto ai lettori del blog da Antonietta
07:14
Scritto da: fragiampaolo
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19/12/2009
Meditazione per la Divina Maternità di Maria
MAGNIFICAT
I "Servi di Maria", al termine del loro 210° Capitolo generale, celebrato a Città del Messico nel 1995, hanno affidato le loro riflessioni ad un documento di straordinaria bellezza e attualità, dal significativo titolo 'Servi del Magnificat'. Ve lo proponiamo come testo di meditazione in questo giorno che la chiesa ambrosiana dedica alla Divina Maternità di Maria
Il dono del Magnificat
"Il Magnificat - dice il documento che esaminiamo - è un dono. Di Dio alla Vergine; di questa alla Chiesa, a ciascuno di noi. Come dono esso va compreso e accolto, diversamente non se ne coglie il fascino, non se ne penetra il significato profondo. Per il Magnificat vale la parola biblica: "Ogni buon regalo e ogni dono perfetto viene dall'Alto e discende dal Padre della luce" (Gc 1, 17). Con animo riconoscente, dunque, e pieno di rispetto per la Parola santa vogliamo riflettere su questo cantico che il Signore, dopo averlo posto sulle labbra di Maria di Nazareth, mette ogni giorno sulle nostre labbra".
Dal Benedictus del mattino al Magnificat del tramonto e al Nunc dimittis dell'ora del riposo: la giornata della vita (e ogni giorno della nostra esistenza terrena) scanditi da questi canti di lode.
Sappiamo come il Magnificat affondi le sue radici nella poesia dei Salmi e di altri inni dell'Antico Testamento, in particolare nei cantici delle donne d'Israele, che esaltarono le gesta e la misericordia di Dio: Miryam, Debora, Giuditta, Anna, donne di coraggio, di poesia e di profezia. Si potrebbe dire che i loro canti preludono al cantico della Vergine, come gli avvenimenti che esse cantarono sono figura dei fatti salvifici a cui la Vergine Maria prese parte: il passaggio del Mar Rosso adombra la Pasqua di Cristo; le vittoria su Sisara e Oloferne, la sconfitta del Maligno; la nascita di Samuele da grembo sterile, la nascita di Gesù da grembo verginale.
Il Magnificat ha un suo senso letterale, inerente al momento e al contesto in cui sgorga dal cuore della Vergine. Ma esso giunge a noi carico della ricchezza delle successive letture ecclesiali. Il Magnificat, infatti, ha accompagnato e nutrito la preghiera della Chiesa, ne ha illuminato il cammino, l'ha fatta crescere e, a sua volta, è cresciuto con essa. Al cantico di Maria si applica in modo particolare il principio esegetico formulato da San Gregorio Magno: "Gli oracoli divini crescono insieme con chi li legge" (cfr. Homiliae in Hezechielem prophetam I, VII, 8: CCL 142, p. 87).

Il Magnificat è, ancora, un dono che ci introduce nella vicenda di Maria ed è ispirazione, modello per la nostra preghiera, oltre che una pagina per la nostra riflessione. "Come il fiat di Maria - spiega il documento capitolare - fu parola detta a nome dell'intera umanità, così il Magnificat è canto che racchiude l'esultanza e la lode dei popoli. Maria è creatura, frammento singolare in cui, dopo Cristo, tutto è ricapitolato e in cui tutto è detto. Come Maria, così noi. In noi e per noi, restituiti alla nostra verità di frammenti destinati a comporre il tutto: Israele, le Chiese, il mondo (cioè, l'umanità e il cosmo) cantano e magnificano il Signore (…).
Similmente, il Magnificat è per noi insegnamento di come la preghiera debba essere risposta dossologica alla Parola ascoltata, fede che canta la grazia. Perché Maria lo pronunziò in comunione con il suo popolo, esultante per lo spuntare dell'alba messianica, grata perché il Signore aveva rivolto lo sguardo a lei, sua umile serva; ammaestramento per noi di come la preghiera sia spazio di comunione tra Dio e noi, tra noi e il prossimo; sia lode all'Altissimo e servizio ai fratelli (…).
Ed è una straordinaria pagina di lectio divina, perché Parola di Dio da accogliere con fede e con rendimento di grazie, come l'accolse Maria; da meditare custodendo nel cuore, come Maria, la memoria di parole ed eventi riguardanti suo Figlio e la salvezza del genere umano; da cantare per le strade mondo, quale espressione di culto riconoscente al Signore e proclamazione della sua misericordia, come lo cantò la Madre di Gesù in "una città di Giuda" (Lc 1, 39); da vivere con coerenza ed audacia confidando, come Santa Maria, nella bontà di Dio e nell'aiuto della grazia".
Alla luce di queste riflessioni, si comprende l'intuizione di Sant'Ambrogio, che auspica: "Sia in ciascuno l'anima di Maria per magnificare il Signore; sia in ciascuno lo spirito di Maria per esultare in Dio" (cfr. Expositio Evangelii secundum Lucam II, 26: Sch 45, pp. 83-84). E si spiega perché la Chiesa abbia fatto del Magnificat un momento culminante della Liturgia delle Ore: in Oriente al sorgere del sole, in Occidente all'ora del vespro. L'uso liturgico del Magnificat, infatti, si colloca in quel processo di identificazione tra la Chiesa e Maria che fu molto sentito nell'epoca patristica (cfr. A. Muller, Ecclesia-Maria):Maria e la Chiesa, una persona, una voce. La Chiesa in preghiera (Ecclesia orans) è la Vergine orante, Maria (Virgo orans).
Testo proposto ai lettori del blog da Antonietta
Immagine: Beato Angelico Visitazione, Cortona, Museo Diocesano
19:03
Scritto da: fragiampaolo
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22/08/2009
Un'altra riflessione sulla fedeltà di Dio
Strana esperienza quella di chi si trova di fronte qualcuno che punisce amando. Neanche i genitori ci riescono troppo: quante volte un richiamo è fatto per stanchezza, delusione, persino rancore.
Ancora più strano è essere puniti e amati nel rispetto di ciò che si è veramente: puniti quando non siamo fedeli a noi stessi e amati per come siamo, nel bene e nel male. Quante volte invece anche il migliore degli educatori punisce perché non si è fedeli ad una legge e ci rispetta perché vede del buono in noi.
Dio si è legato a noi credenti con una promessa che non viene meno neanche quando non crediamo più. Dio ha deciso di rivelarsi a noi mostrandoci la sua vita intima e coinvolgendoci in essa e non ritrae se stesso smettendo di donarsi neanche quando lo rifiutiamo e fuggiamo lontani.
Certo quando siamo di fronte a Lui non possiamo più nascondere la nostra nudità e le conseguenze del peccato mostrano tutta la loro forza. Non fa finta che vada tutto bene perché nessun medico fa in questo modo di fronte a un malato grave che si è conciato così con le proprie scelte: “il Regno sarà dato ad altri che lo faranno fruttificare”. Eppure questo non è un atto di ripudio. Dio ha stabilito la sua Alleanza eterna con questo popolo e non scioglie il legame dell’amore. Quando Gesù dice che l’uomo non deve – non può – separare ciò che Dio ha unito, chiede di imitare l’amore stesso di Dio che per primo vive questa indissolubilità.
12:30
Scritto da: fragiampaolo
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12/08/2009
Dio è più intimo a me di me stesso
Su quello che abbiamo chiamato ‘luogo del cuore’ (ri-)ascoltiamo un testimone decisamente più attendibile del sottoscritto:
Dalle «Confessioni» di sant'Agostino, vescovo
(Lib. 7, 10, 18; 10, 27; CSEL 33, 157-163. 255)
Eterna verità e vera carità e cara eternità!
Stimolato a rientrare in me stesso, sotto la tua guida, entrai nell'intimità del mio cuore, e lo potei fare perché tu ti sei fatto mio aiuto (cfr. Sal 29, 11). Entrai e vidi con l'occhio dell'anima mia, qualunque esso potesse essere, una luce inalterabile sopra il mio stesso sguardo interiore e sopra la mia intelligenza. Non era una luce terrena e visibile che splende dinanzi allo sguardo di ogni uomo. Direi anzi ancora poco se dicessi che era solo una luce più forte di quella comune, o anche tanto intensa da penetrare ogni cosa. Era un'altra luce, assai diversa da tutte le luci del mondo creato. Non stava al di sopra della mia intelligenza quasi come l'olio che galleggia sull'acqua, né come il cielo che si stende sopra la terra, ma una luce superiore. Era la luce che mi ha creato. E se mi trovavo sotto di essa, era perché ero stato creato da essa. Chi conosce la verità conosce questa luce.
O eterna verità e vera carità e cara eternità! Tu sei il mio Dio, a te sospiro giorno e notte. Appena ti conobbi mi hai sollevato in alto perché vedessi quanto era da vedere e ciò che da solo non sarei mai stato in grado di vedere. Hai abbagliato la debolezza della mia vista, splendendo potentemente dentro di me. Tremai di amore e di terrore. Mi ritrovai lontano come in una terra straniera, dove mi parve di udire la tua voce dall'alto che diceva: «Io sono il cibo dei forti, cresci e mi avrai. Tu non trasformerai me in te, come il cibo del corpo, ma sarai tu ad essere trasformato in me».
Cercavo il modo di procurarmi la forza sufficiente per godere di te, e non la trovavo, finché non ebbi abbracciato il «Mediatore fra Dio e gli uomini, l'Uomo Cristo Gesù» (1 Tm 2, 5), «che è sopra ogni cosa, Dio benedetto nei secoli» (Rm 9, 5). Egli mi chiamò e disse: «Io sono la via, la verità e la vita» (Gv 14, 6); e unì quel cibo, che io non ero capace di prendere, al mio essere, poiché «il Verbo si fece carne» (Gv 1, 14).
Così la tua Sapienza, per mezzo della quale hai creato ogni cosa, si rendeva alimento della nostra debolezza da bambini.
Tardi ti ho amato, bellezza tanto antica e tanto nuova, tardi ti ho amato. Ed ecco che tu stavi dentro di me e io ero fuori e là ti cercavo. E io, brutto, mi avventavo sulle cose belle da te create. Eri con me ed io non ero con te. Mi tenevano lontano da te quelle creature, che, se non fossero in te, neppure esisterebbero. Mi hai chiamato, hai gridato, hai infranto la mia sordità. Mi hai abbagliato, mi hai folgorato, e hai finalmente guarito la mia cecità. Hai alitato su di me il tuo profumo ed io l'ho respirato, e ora anelo a te. Ti ho gustato e ora ho fame e sete di te. Mi hai toccato e ora ardo dal desiderio di conseguire la tua pace.
Preghiamo:
O Verità, luce che splende al mio cuore, le mie tenebre più non mi parlano.
Ero smarrito, e mi sono ricordato di te.
Ecco, ora ritorno, stanco e assetato, a te fonte viva.
Non sono io la mia vita: nel mio io, non potevo vivere, in te mi sento rinascere.
Ecco ora ritorno, stanco e assetato, a te fonte viva.
15:17
Scritto da: fragiampaolo
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| Tag: sant'agostino, dio più intimo a me di me stesso, luce, bellezza | OKNOtizie |
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08/07/2009
Fiducia
Avere fiducia in Dio è un sentimento comune. Moltissimi credenti sottoscriverebbero tranquillamente
l’affermazione che avere fede equivale all’essere fiduciosi. Il problema nasce quando ci chiediamo il significato di questa espressione. Nella maggior parte dei casi significa che mi sento protetto da Dio, che malgrado gli imprevisti che costellano l’esistenza i miei progetti arriveranno a buon fine. Comprensione del termine che diventa evidente quando le cose non vanno come noi abbiamo deciso e la nostra fiducia in Lui crolla. Ci sentiamo traditi.
Ora è vero che parte della fiducia dei credenti consiste anche in un atteggiamento simile ma con una differenza radicale: ad arrivare a buon fine non sono “i miei progetti”, ma la mia vita con tutte le sue fatiche e intoppi e drammi. Ho fiducia in Lui perché mi aiuta ad attraversare ogni difficoltà, a combattere ogni peccato, ad affrontare la stessa morte. E questo già apre il diverso modo di pensare la fiducia che il credente vive. Il modello resta Abramo, di cui la liturgia ambrosiana ha parlato anche domenica scorsa, che esce dalla sua terra, dalle sue idee e dai suoi schemi per aprirsi all’accoglienza di un nuovo progetto. Più ancora: per aprirsi all’accoglienza di Dio stesso che si lega in Alleanza con lui.
Ho fiducia in Dio quando mi apro alla Sua Parola e oriento la mia vita secondo una nuova direzione. Ho fiducia in Dio quando mi lascio affascinare dalla bellezza di ciò che Lui prepara per me. Ho fiducia in Dio quando abbandono ciò che mi sembrava indispensabile ma che ora si è rivelato come accessorio.
Capite che abbiamo invertito il punto di partenza? Da una fiducia che pensa Dio come “assistente” delle mie iniziative, un Dio che deve entrare nel mio mondo piegandosi alle sue esigenze, ad una fiducia che accoglie Dio come assistente della mia vita, come Madre e Padre che generano a qualcosa di nuovo, affascinante, un Dio che entra nel mio mondo illuminandolo perché diventi strada per arrivare nel suo mondo, seme che germoglia nella eterna Vita.
16:32
Scritto da: fragiampaolo
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