29/07/2010
Matteo 10, 5-10
Questi sono i Dodici che Gesù inviò, ordinando loro: "Non andate tra i pagani e non entrate nelle città dei Samaritani; rivolgetevi piuttosto alle pecore perdute della casa d'Israele. Strada facendo, predicate, dicendo che il regno dei cieli è vicino. Guarite gli infermi, risuscitate i morti, purificate i lebbrosi, scacciate i demòni. Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date. Non procuratevi oro né argento né denaro nelle vostre cinture, né sacca da viaggio, né due tuniche, né sandali, né bastone, perché chi lavora ha diritto al suo nutrimento”.
Un primo pensiero che affiora alla mente leggendo questo brano è che non è per noi: è diretto agli apostoli e ci sentiamo già sollevati da un peso.
In realtà non è così ! Metti una messa domenicale in cui viene letto questo Vangelo. La Comunità della Brunella è riunita, convocata come assemblea di chiamati. Gesù parla proprio a noi che siamo i discepoli, coloro che hanno ricevuto i doni dello Spirito Santo e che da Dio hanno avuto ogni grazia, insieme al compito di essere inviati in missione ad annunciare la Buona Novella.
Ci viene chiesto in questo contesto di rivolgerci non genericamente a chiunque, ma innanzitutto a coloro che, raggiunti dalla grazia come noi, si sono distratti e persi nel cammino della vita.
Dobbiamo andare da quei fratelli che, per mille motivi, non vivono più la gioia di sapersi amati da Dio o che si trovano nel bisogno materiale o spirituale. La richiesta di Gesù deve essere calata nel contesto della nostra comunità parrocchiale e della nostra gente.
I Varesini, si sa, hanno la fama di essere un po’ chiusi, persone che si fanno gli affari propri.
Ebbene Gesù ci sta chiedendo ORA di rompere questi schemi, di aprire cuore e mente per vedere la realtà che ci circonda: nei nostri palazzi, nelle nostre strade, nei nostri quartieri, anche e nelle nostre famiglie. Siamo insomma chiamati ad avvicinare le persone che vivono nei nostri ambienti , per portare la Parola che salva : GESU’ E’ IL DIO CON NOI ! Siamo chiamati a consolare chi è triste e solo (e quanti ce ne sono! Ma troppo spesso non vogliamo vederli); scelti per aiutare concretamente chi è ammalato, addirittura, dove è possibile, invitati a farsi carico e seguire nel tempo alcune situazioni particolarmente difficili e fragili. Con l’accoglienza, con la condivisione, con la nostra testimonianza e con la preghiera, possiamo realmente, in nome di Gesù, scacciare i demoni dell’indifferenza, dell’egoismo, del rancore e portare la pace e una concreta solidarietà. Sono queste le opere di misericordia spirituale e corporale con cui ci presenteremo a Dio.
Con quale atteggiamento possiamo vivere tutto questo? Con grandezza di cuore, perché siamo consapevoli che ciò che doniamo, lo abbiamo già gratuitamente ricevuto e in abbondanza.
Un altro atteggiamento Gesù chiede al discepolo in missione: alleggerirsi di tanti pesi, preoccupazioni e affanni reali, quelli che ciascuno di noi porta e con cui convive, ma che non devono essere totalizzanti per noi, perché ci impedirebbero di essere liberi. Più importante è Gesù: guardiamo a Lui come origine e meta del nostro essere e del nostro agire; guardiamo a Lui che è Amore per portare amore e salvezza agli altri.
Non potrebbe essere questo il programma pastorale da assumerci per il prossimo anno? Costruire una comunità di persone che si sentono inviate ad annunciare a tutti, a partire dai vicini, il Vangelo in parole e opere, anche piccole ma concrete e quotidiane. Spogliati quindi delle nostre sicurezze, mettiamoci al lavoro nella vigna del Signore, certi solo della Sua compagnia!
Loredana
21:15
Scritto da: fragiampaolo
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12/07/2010
Matteo 18, 19-20
“In verità io vi dico ancora: se due di voi sulla terra si metteranno d’accordo per chiedere qualunque cosa il Padre mio che è nei cieli gliela concederà. Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome , lì sono io in mezzo a loro”
Gesù ci svela così il potere della preghiera di gruppo e pare che sia sufficiente anche un piccolo gruppo, due o tre. Lo abbiamo fatto molte volte questo dono ai nostri fratelli e spesso lo abbiamo ricevuto anche noi: pregare insieme per chiedere conversione, pace, guarigione, luce, sapienza. Funziona con alcuni “se” : se ci si ama, se ci si accorda sulla richiesta e se si è uniti nel Suo nome. Lui, allora, è presente, risorto, vivo; è lì con la sua potenza per portare la pace, la consolazione, la speranza, la salvezza.
Gesù ha pregato per noi il Padre prima di dare la sua vita e continua a farlo intercedendo per noi e insieme a noi, perché tutti, in Lui, possiamo essere avvolti dall’infinito amore del Padre che sempre lo ascolta e che lo ha mandato perché ci rivelasse questo Amore. Se viviamo questa intimità anche ogni nostra preghiera diventerà concretamente espressione di amore.
Sembra così semplice!
Luisella
12:07
Scritto da: fragiampaolo
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02/07/2010
Matteo 18, 12-14
Matteo 18, 12-14
Che ve ne pare? Se un uomo ha cento pecore e ne smarrisce una, non lascerà forse le novantanove sui monti, per andare in cerca di quella perduta?
Se gli riesce di trovarla, in verità vi dico, si rallegrerà per quella più che per le novantanove che non si erano smarrite. Così il Padre vostro celeste non vuole che si perda neanche uno solo di questi piccoli.
Oggi, chi è la pecora smarrita e chi le altre novantanove?
Noi pensiamo sicuramente di essere tra le novantanove, di fare parte del gregge, ma il gregge segue il pastore.
Noi seguiamo il pastore?
Siamo capaci di vivere come la Chiesa ci insegna o lo facicamo solo fino a quando ci va bene, per poi smarrirci per i monti della nostra quotidianità e delle cose che ci sembrano sensate?
Gesù, essendo lui stesso il primo pastore che va a cercare la pecora smarrita, ci ha lasciato i pastori perché ci affidassimo a loro come il piccolo si affida alla mamma.
Vorremmo non perderci mai, ma quando questo succede, la casa del Padre ha le porte aperte ed il gregge fa festa quando torna la dispersa.
Candida
18:33
Scritto da: fragiampaolo
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05/06/2010
Matteo 9, 18-19, 23-26
Matteo 9, 18-19, 23-26
Mentre diceva loro queste cose, giunse uno dei capi, gli si prostrò dinanzi e disse: "Mia figlia è morta proprio ora; ma vieni, imponi la tua mano su di lei ed ella vivrà". Gesù si alzò e lo seguì con i suoi discepoli.
Arrivato poi nella casa del capo e veduti i flautisti e la folla in agitazione, Gesù disse: "Andate via! La fanciulla infatti non è morta, ma dorme". E lo deridevano. Ma dopo che la folla fu cacciata via, egli entrò, le prese la mano e la fanciulla si alzò. E questa notizia si diffuse in tutta quella regione.
C’è poco da fare. Ciò che più ci angoscia e che determina il nostro vivere quotidiano è spesso la morte. Di fronte ad essa la nostra posizione umana non è in grado di trovare risposte e di fronte ad essa tutto sembra terminare e concludersi.
Ciò che dobbiamo imparare è chiedere che la mano del Signore si stenda sulla nostra morte, sulla nostra caducità, sul nostro essere incapaci di guardare oltre; dobbiamo chiedere che venga aumentata la nostra fede. Così come il capo della sinagoga che di fronte alla disperazione per la morte della propria figlia comprende che l’unica vera strada è quella del Signore e di fronte a questo riconosce vera la sua natura umana portandola in primo piano rispetto al ruolo ed alla carica da lui ricoperta. Prendere coscienza di essere uomini legati dallo stesso destino; prenderne coscienza da subito senza attendere occasioni drammatiche. Avere il coraggio di spogliarsi del proprio abito legato al ruolo che giochiamo nella società per accogliere e condividere la nostra umanità con tutti.
14:07
Scritto da: fragiampaolo
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31/05/2010
Matteo 9, 14-17
Matteo 9, 14-17
“Allora gli si accostarono i discepoli di Giovanni e gli dissero: «Perché, mentre noi e i farisei digiuniamo, i tuoi discepoli non digiunano?». E Gesù disse loro: «Possono forse gli invitati a nozze essere in lutto mentre lo sposo è con loro? Verranno però i giorni quando lo sposo sarà loro tolto e allora digiuneranno.
Nessuno mette un pezzo di stoffa grezza su un vestito vecchio, perché il rattoppo squarcia il vestito e si fa uno strappo peggiore. Né si mette vino nuovo in otri vecchi, altrimenti si rompono gli otri e il vino si versa e gli otri van perduti. Ma si mette vino nuovo in otri nuovi, e così l'uno e gli altri si conservano”.
E noi come possiamo vivere nel quotidiano tali insegnamenti? Ci dedichiamo al prossimo, all’ascolto quotidiano dell’altro (familiare o prossimo), malgrado la nostra mente sia occupata dai problemi quotidiani, perennemente sordi al prossimo ed alle sue esigenze? Siamo veramente convinti di non aver tempo per nient’altro che per noi stessi ed i nostri cari? Ci sforziamo a rammendare con toppe adeguate i vecchi vestiti invece di usare la stoffa grezza o li buttiamo via non essendo neanche in grado di provare a ricucirli? Siamo consapevoli dei momenti nei quali lo Sposo è con noi (messa, preghiera comunitaria…) o viviamo tutta la nostra vita cristiana in un lutto perenne di lamentele ed insoddisfazioni?
Il brano del vangelo di Matteo è troppo chiaro per non essere uno stimolo reale a fare il bene nella nostra vita quotidiana. Diamoci da fare, seguendo le indicazioni di Gesù, per sentirci parte degli invitati a nozze!
Emanuela
06:40
Scritto da: fragiampaolo
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18/05/2010
Matteo 9-9.13
Andando via di là, Gesù vide un uomo, chiamato Matteo, seduto al banco delle imposte, e gli disse: "Seguimi". Ed egli si alzò e lo seguì.
Mentre sedeva a tavola nella casa, sopraggiunsero molti pubblicani e peccatori e se ne stavano a tavola con Gesù e con i suoi discepoli. Vedendo ciò, i farisei dicevano ai suoi discepoli: "Come mai il vostro maestro mangia insieme ai pubblicani e ai peccatori?". Udito questo, disse: "Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati.
Andate a imparare che cosa vuol dire: Misericordia io voglio e non sacrifici. Io non sono venuto infatti a chiamare i giusti, ma i peccatori".
La chiamata di Matteo e il pasto coi peccatori
Che bravo Matteo, senza tentennare e porsi tante domande si alza e lo segue.
Io sarei capace di fare altrettanto e di seguirlo all’istante o sarei titubante e zoppicante?
E poi… Gesù va a mensa con pubblicani e peccatori…
Mangiare assieme ai peccatori è gesto di comunione: per i farisei esprime complicità, per Gesù la Misericordia di Dio. Questo è un atto di intimità e letizia e ci fa sentire la sua famiglia.
Lo stare a tavola di Gesù con i peccatori è un segno di speranza offerto a chi si sente perduto Gioisco di essere nonostante tutto un invitato e con questa gioia accolgo le parole finali del brano “Non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori”.
Iorio
07:39
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07/02/2010
Mt 8,18-22
Vedendo la folla attorno a sé, Gesù ordinò di passare all'altra riva. Allora uno scriba si avvicinò e gli disse: "Maestro, ti seguirò dovunque tu vada".
Gli rispose Gesù: "Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell'uomo non ha dove posare il capo". E un altro dei suoi discepoli gli disse: "Signore, permettimi di andare prima a seppellire mio padre". Ma Gesù gli rispose: "Seguimi, e lascia che i morti seppelliscano i loro morti".
* * * * * *
Il cammino della fede come qualsiasi altro itinerario è fatto di piccoli passi che comportano scelte e decisioni: è quello che il Signore Gesù al termine di una giornata di miracoli, di ascolto e di insegnamento chiede: “Sappi che metterti alla mia sequela comporta…”
Non vorrei fermarmi a sottolineare l’importanza del seguire Cristo, perché credo sia noto a tutti, quanto piuttosto evidenziare un'altra dimensione che caratterizza la sequela stessa.
Cosa differenzia quello dello scriba da quella del discepolo?
Innanzitutto il primo non riceve un invito da Gesù a seguirlo –come il secondo- ma è lui stesso che si auto propone: “Ti seguirò”, tradotto diversamente: “Seguirò te”.
Matteo pone l’accento sul fatto che non è Gesù che sceglie, è lo scriba che sceglie Gesù come maestro perché stando alla sua scuola possa esserlo un domani anche lui. In fondo in fondo lo scriba ha tutto calcolato: è lui che decide chi scegliere, cosa fare, cosa diventare. Spesso nel nostro vivere la fede anche noi siamo così: sono io che decido cosa fare, cosa è bene per me, cosa voglio diventare, oppure comunitariamente la scelta cade sulle persone (se c’è il tizio ci vado,… quella non mi sta simpatica allora non ci sto…) e con fatica cogliamo le tante iniziative proposte come un’occasione di grazia che Dio ci offre per farci fare un cammino nella direzione che Lui desidera e che magari è lontana dalle nostre aspettative. E’ come se ci offrissimo al Signore ma ad alcune condizioni che abbiamo già definito noi! E’ come se “usassimo” la fede per affermare noi stessi!
Citando le tane e i nidi (luoghi che evocano rifugio, sicurezza, protezione) Gesù invita a non aver altro che Lui, sarà Lui la nostra “casa”, sarà lui a guidare i nostri passi: se Dio vuole il nostro bene perché non lasciare che sia Lui a indirizzare i nostri passi?
Diverso è l’atteggiamento del discepolo, cioè di colui che rinuncia ai suoi progetti per condividere l’esperienza nuova offertagli da Gesù.
Qui è il Signore che chiama e sprona a rompere un vecchio modo di concepire la fede. Egli non invita a non osservare il quarto comandamento ma suggerisce al discepolo che la sua presenza è ben superiore a qualsiasi comandamento perché è Lui il nuovo ed eterno comandamento, è Lui la Parola fatta carne nella quale c’è salvezza. Essere cristiani non consiste nell’osservare scrupolosamente un precetto ma nell’accogliere il messaggio di Gesù che è gioia e vita piena; un messaggio che sa scardinare anche i comandamenti perché coinvolge la totalità della vita... Non è più questione di obbedienza, è questione di vita!
I “morti” che seppelliscono i loro “morti” allora sono tutti quelli che sono schiavi dei comandamenti perché essi non sono motivo di vita nuova ma solo di fatica, privazione ed obbligo.
Il mio pensiero va allora alle volte in cui viviamo la vita comunitaria come un “dover fare” ulteriori cose, come un “essere costretti” per fare un piacere a qualcuno. Niente di tutto questo: il Signore ci avvicina anche attraverso le esperienza degli altri e ci suggerisce stili nuovi di vita…lasciamoci incontrare!
Fr. G.Battista
20:40
Scritto da: fragiampaolo
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