20/06/2010

Riflessione sulla IV domenica dopo Pentecoste, anno C, rito ambrosiano

Le omelie che trovate nel blog sono di solito registrate durante la messa delle 11,15 e poi trascritte nei giorni successivi. Questa domenica sono via con i gruppi familiari e chi di solito sbobina non c’è. Per questo vi lascio questo piccolissimo contributo alla riflessione registrandolo, che è il metodo più veloce. Non aspettatevi chissà che cosa, è semplicemente il “canovaccio” di quella che potrebbe diventare un’omelia. Spero possa esservi utile comunque.

Fr. Giampaolo

+ + + + + +

Letture del giorno:letture IV domenica dopo Pentecoste.doc

riconciliati.jpg

 

 

 

 

 

Immagine: “Prima di presentare i tuoi doni all’altare…riconciliati con il tuo fratello”, WEIGEL, Johann Christoph, 1695.

 

P.S.: chiedo scusa per lo spazio nero sopra il file audio ma non sono ancora riuscito a capire cosa fare per toglierlo. Prima o poi imparerò.

18/06/2010

omelia III domenica dopo Pentecoste, anno C, rito ambrosiano

sogno giuseppe.jpgPuò sembrarci “fuori stagione” la pagina evangelica di sapore natalizio che oggi ci viene donata. In realtà, l’intento della Liturgia è opporre diametralmente il momento della storia della salvezza in cui Giuseppe e Maria dicono di sì al progetto di Dio, al momento iniziale della storia, quello che determina la caduta dell’umanità: nella prima lettura Eva e Adamo cadono di fronte alla tentazione.

Abbiamo una di fronte all’altra due coppie che hanno fatto scelte opposte: l’una ha portato nel mondo dolore e morte; l’altra, salvezza e vita eterna.

Tali scelte non hanno riguardato soltanto le vicende personali di chi le ha compiute, ma hanno coinvolto anche noi. Noi risentiamo ancora della ferita del peccato delle origini; noi viviamo oggi della vita della grazia. Le loro scelte sono arrivate fino a noi.

 

E, di fatto, se ci fate caso, sono le due opzioni che l’umanità vive normalmente, le due grandi correnti che attraversano la storia del mondo.

Da una parte chi non si fida di Dio e pensa che in realtà Dio abbia qualche secondo fine, che non ci sia da fidarsi troppo, che forse stia cercando di approfittarsi di noi, di tenerci buoni e obbedienti come schiavi. E’ la tentazione che subisce Eva. Ma non possiamo certo considerarla estranea alla  mentalità dei nostri tempi. Anche oggi molti trovano quanto meno fastidioso il pensare a un Dio che si ringrazia, si adora. L’immagine stessa del Paradiso è per loro disperante.  Perché è il luogo in cui ti togli da te stesso e vivi tutto il tempo benedicendo, lodando, ringraziando: ad alcuni sembra una cosa terrificante! Può apparirci una posizione strana, ma c’è dietro l’idea malata di un Dio che si comporta come una specie di egocentrico pazzesco, che ci avrebbe creato solo per avere chi continuamente Lo ringraziasse e adulasse. Ne deriva un rifiuto tale che, se viene portato agli estremi, porta a desiderare di non essere stati creati. Eva è la prima rappresentante di questo grande filone, che sempre attraversa la storia del mondo: di Dio non ci si fida.

 

Dall’altra parte abbiamo Giuseppe, in particolare portato in evidenza nella lettura evangelica, e Maria, appena adombrata, che invece fanno un ragionamento opposto. Giuseppe e Maria vivono nella fiducia che Dio non ti vuole schiacciare; al contrario ti vuole far crescere, vuole aiutarti ad essere pienamente te stesso. E sono loro ad aver ragione.

Guardate i risultati! Da una parte c’è Eva, che ha paura che Dio sia il grande dominatore, che ti schiaccia. E, siccome non si fida, finisce davvero così: Dio la prende e la condanna e con lei tutti i suoi figli. Dall’altra ci sono Maria e Giuseppe, che invece si fidano, che non hanno paura che Dio li schiacci. E accade che hanno un figlio, che Dio si fa carne dentro il grembo di Maria e, invece di schiacciarli, diventa il loro bambino, un piccolo bambino inerme.

 

Leggi tutto: III Domenica dopo Pentecoste.doc

11/06/2010

Omelia II domenica dopo Pentecoste, rito ambrosiano

Il Vangelo va vissuto adesso. Per costruire la vita cristiana è l’adesso, l’oggi che conta.

Altrimenti, la vita cristiana diventa un’attività da tempo libero, diventa un hobby: quando ho tempo, mi dedico a cose belle, che mi piacciono. Ma la vita cristiana non può entrare nell’hobbistica. Non può essere vissuta seriamente in questo modo.

Invece, molti nostri modi di pensare l’hanno di fatto relegata a “tempo libero”. Provate a pensare a quante attività si fanno nel corso di una giornata; quando si verifica, per il Signore si sono trovati cinque minuti, dieci minuti, un’ora nei casi proprio migliori. E dal resto del nostro tempo, Lui deve restare fuori? Tutto il nostro tempo deve essere preso dentro questo progetto e dentro questa bellezza della vita cristiana, altrimenti i conti non tornano.  Relegare la vita cristiana ad un’attività da tempo libero è distruttivo. La vita cristiana deve permeare ogni aspetto, ogni momento della nostra vita. Non riguarda momenti particolari, situazioni eccezionali, in cui ci sono le condizioni giuste, le persone adatte. E non riguarda un tempo libero che non avrò mai. In questo modo, si aspetta il Paradiso, sperando che almeno lì di tempo ce ne sia. Ma noi sappiamo che dobbiamo darci da fare prima!

 

DSCN0311.JPGEcco perché la pagina di Vangelo che ci viene donata ci chiede di assumere un atteggiamento particolare rispetto alla nostra vita. Non ci domanda certo di non lavorare. Piuttosto, l’invito di Gesù è: “Non preoccupatevi”. La vecchia traduzione mi piaceva di più: “Non affannatevi”.  Il termine greco originale ha la sua radice nello “spezzare”, nel “rompere”:  l’idea di fondo è “non andate a pezzi”. Non “spezzettatevi” in tante persone; non permettete che la vostra vita cominci a scomporsi in situazioni in cui potete vivere da cristiani e in altre in cui non potete – guardate che succede in tanti che ufficialmente sono cristiani!

E’ un invito non ad abbandonare determinate attività, ma a fare interagire tutta la vita, tutto il nostro tempo in questa logica nuova che il Vangelo ci comunica.

Perciò Gesù parla del cibo e dei vestiti. Sono i due beni in funzione dei quali vive tuttora molta gente. Ma, soprattutto, il lavoro nei campi e il filare erano le due attività principali al tempo di Gesù: gli uomini lavoravano nei campi e le donne filavano e cucivano. Quando Gesù dice: “Non affannatevi di quello che mangerete, né di quello che indosserete”, sta andando a colpire proprio le principali attività lavorative delle persone del suo tempo. Li sta invitando a non lasciarsi prendere dall’affanno, a non spezzettare la propria vita. Sta chiedendo loro di collocare la propria attività lavorativa in un tempo dove Dio è coinvolto…

 

Leggi tutto: II Domenica dopo Pentecoste.doc

 

Immagine: foto scattata al Campo dei fiori, Varese. "Guardate i gigli dei campi!"

05/06/2010

Matteo 9, 18-19, 23-26

 Matteo 9, 18-19, 23-26

Mentre diceva loro queste cose, giunse uno dei capi, gli si prostrò dinanzi e disse: "Mia figlia è morta proprio ora; ma vieni, imponi la tua mano su di lei ed ella vivrà". Gesù si alzò e lo seguì con i suoi discepoli.
Arrivato poi nella casa del capo e veduti i flautisti e la folla in agitazione, Gesù disse: "Andate via! La fanciulla infatti non è morta, ma dorme". E lo deridevano. Ma dopo che la folla fu cacciata via, egli entrò, le prese la mano e la fanciulla si alzò. E questa notizia si diffuse in tutta quella regione.

 

prima.jpgC’è poco da fare. Ciò che più ci angoscia e che determina il nostro vivere quotidiano è spesso la morte. Di fronte ad essa la nostra posizione umana non è in grado di trovare risposte e di fronte ad essa tutto sembra terminare e concludersi.

Ciò che dobbiamo imparare è chiedere che la mano del Signore si stenda sulla nostra morte, sulla nostra caducità, sul nostro essere incapaci di guardare oltre; dobbiamo chiedere che venga aumentata la nostra fede. Così come il capo della sinagoga che di fronte alla disperazione per la morte della propria figlia comprende che l’unica vera strada è quella del Signore e di fronte a questo riconosce vera la sua natura umana portandola in primo piano rispetto al ruolo ed alla carica da lui ricoperta. Prendere coscienza di essere uomini legati dallo stesso destino; prenderne coscienza da subito senza attendere occasioni drammatiche. Avere il coraggio di spogliarsi del proprio abito legato al ruolo che giochiamo nella società per accogliere e condividere la nostra umanità con tutti.

 

03/06/2010

Omelia festa Santa Trinità, rito ambrosiano

TrinC-L.jpgCome è accaduto che devi manifestarti a noi, e non al mondo?”: è una domanda interessante, che forse ogni tanto ci poniamo anche noi. Come mai noi sappiamo chi è Dio e Lo abbiamo accolto e molte altre persone no? Come mai non c’è stata una manifestazione chiara al mondo, che in qualche modo rendesse evidente per tutti l’esistenza di Dio e la Sua reale natura?

E’ un quesito lecito. La risposta di Gesù immediatamente ci lascia perplessi e richiede qualche riflessione. Egli infatti replica: “Se uno mi ama, osserverà la mia parola” e continua: “e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui”.

In fondo, questo versetto ci dice che c’è un modo solo di accogliere la manifestazione di Dio ed è nella libertà e nell’amore. Qualunque altra manifestazione che “costringa” a credere non è una rivelazione di Dio, perché non parla realmente di Lui, che è libertà e amore. Il Suo modo di manifestarsi, dunque, è del tutto conseguente a ciò che Lui è e a ciò Lui che vuole da noi: libertà e amore.

 

Vedete, noi viviamo in un periodo storico strano, in cui è diventata generale una forma di cosiddetta “fede” – in realtà fatico a considerarla tale –,  che si accontenta di sapere che Dio esiste. E’ una mentalità secondo la quale non credere, essere atei, significa non credere che Dio esiste; essere credenti significa credere che Dio c’è. Questo credere nell’esistenza di Dio, però, non comporta nessun cambiamento nella vita, nel modo di pensare, nelle situazioni pratiche.

Una posizione del genere è davvero anomala, tanto che, in realtà, alla luce della ragione, non può esistere. Se ci pensiamo, ci rendiamo conto che non esiste nessuna notizia che per noi sia veramente neutrale. Venire a conoscenza di un furto, sia pure in una località remota da noi, istintivamente ci porta a diventare più guardinghi, a controllare bene le porte. Sapere che una zona della città è stata chiusa al traffico, ti mette il dubbio sull’opportunità di scegliere un percorso differente dal solito.

Certo, se vuoi continuare a far finta che la notizia non ti sia arrivata, puoi andare avanti tranquillo e fare finta di niente. Poi, ti ritroverai la casa svaligiata e in coda per andare al lavoro.

L’indifferenza assoluta, però, non è la nostra reazione normale. Perché ogni notizia dentro di noi ha un’azione, suscita un movimento, una reazione; per lo meno ti mette di fronte ad un bivio: continuare come hai sempre fatto o scegliere una nuova strada.

 

Invece, la presunta “fede” che si limita ad affermare l’esistenza di Dio, non va oltre, non cambia nulla, non ha conseguenze nella vita concreta. Non fa accadere niente. Non porta a mettere in moto qualcosa che ti cambia l’esistenza, che ti sviluppa, ti costruisce secondo un criterio diverso. Ora, capite che questa non può essere fede. E’ una fede da documentario televisivo. Tanti si considerano credenti perché hanno sentito del Vangelo più o meno quanto riesci a cogliere quando sei in dormiveglia davanti alla televisione: ogni tanto apri gli occhi, senti mezza notizia, poi ti riaddormenti. Alla fine ti svegli e dici che hai capito. Non hai capito niente: stavi dormendo!

E non puoi dire che hai capito, perché non ti sei lasciato coinvolgere: erano già notizie esterne a te, ma tu non ti sei lasciato prendere il cuore.

 

Il Vangelo di oggi ci dice che non è possibile credere in questo modo. La fede è una di quelle realtà che non capisci, se non ti lasci coinvolgere e cominci a camminarci dentro. Non c’è una possibilità diversa. Non puoi guardarla da fuori e pensare di aderire solo quando…

 

Leggi tutto: Santissima Trinità.doc

Tutti gli articoli