31/05/2010

Matteo 9, 14-17

Matteo 9, 14-17

 

“Allora gli si accostarono i discepoli di Giovanni e gli dissero: «Perché, mentre noi e i farisei digiuniamo, i tuoi discepoli non digiunano?». E Gesù disse loro: «Possono forse gli invitati a nozze essere in lutto mentre lo sposo è con loro? Verranno però i giorni quando lo sposo sarà loro tolto e allora digiuneranno.
Nessuno mette un pezzo di stoffa grezza su un vestito vecchio, perché il rattoppo squarcia il vestito e si fa uno strappo peggiore.  Né si mette vino nuovo in otri vecchi, altrimenti si rompono gli otri e il vino si versa e gli otri van perduti. Ma si mette vino nuovo in otri nuovi, e così l'uno e gli altri si conservano”.prima.jpg

 

E noi come possiamo vivere nel quotidiano tali insegnamenti? Ci dedichiamo al prossimo, all’ascolto quotidiano dell’altro (familiare o prossimo), malgrado  la nostra mente sia occupata dai problemi  quotidiani, perennemente sordi al prossimo ed alle sue esigenze? Siamo veramente convinti  di non aver tempo per nient’altro che per noi stessi ed i nostri cari? Ci sforziamo a rammendare con toppe  adeguate i vecchi vestiti invece  di usare la stoffa grezza  o  li buttiamo via  non essendo neanche in grado di provare a ricucirli? Siamo consapevoli dei momenti nei quali lo Sposo è con noi (messa, preghiera comunitaria…) o viviamo tutta la nostra vita cristiana in un lutto perenne di lamentele ed insoddisfazioni?

Il brano del vangelo di Matteo è troppo chiaro per non essere uno stimolo reale a fare il bene nella nostra vita quotidiana. Diamoci da fare, seguendo le indicazioni di Gesù, per sentirci parte degli invitati a nozze!

Emanuela

 

29/05/2010

Pentecoste 2010 (3), rito ambrosiano

pentecoste.jpgA ciascuno di  noi  sono stati fatti doni per l’edificazione comune. A ciascuno di noi è stato dato un regalo e ciascuno di noi è chiamato a  ritrovare sempre di nuovo questo regalo, perché non è una cosa che conosco una volta per tutte e che mi posso tenere da parte. E’ una realtà dinamica.

I doni dello Spirito Santo non sono mai statici, per cui una volta che li ho scoperti non devo fare altro. E’ come la vocazione: la vocazione è un dono dello Spirito per ciascuno di noi, però sapete benissimo che, in realtà, riconoscerla non è che l’inizio di un percorso. La vocazione della maggior parte dei presenti è il matrimonio, ma non si chiude e compie una volta sposati. Dopo comincia il bello della faccenda, il costruire. Così è per tutti i doni dello Spirito. Una volta che li hai identificati, hai cominciato a scoprirli, non puoi pensare: “Ora basta; è tutto a posto”. Al contrario,  a quel punto comincia l’avventura, il mettersi in gioco, il continuare a ricostruirsi secondo quel dono, a cercare di viverlo dentro la comunità cristiana. Ed è la cosa bella che ci è consegnata: il non accontentarci mai, perché non ci possiamo mai fermare. Quando un dono dello Spirito lo congeli, è morto, non c’è niente da fare.

 

Ecco noi vogliamo questa sera riconoscere la grandezza del dono che il Signore ci fa. Un dono che a volte non sappiamo accogliere, a cui spesso ci accade di non corrispondere. All’inizio del nostro incontro abbiamo chiesto il perdono, perché uno dei doni che lo Spirito fa è anche la coscienza del nostro peccato. Poi, lo Spirito ci rende consapevoli del peccato intanto che ci strappa fuori dal peccato; è Lui a farlo per fortuna. Ma noi dobbiamo riconoscere che rispetto alla Chiesa tante volte  non edifichiamo, non costruiamo, non mettiamo in gioco i nostri carismi e ancor più – in realtà credo che sia il primo problema –  non ci interessa niente dei carismi del prossimo. Anzi, meno l’altro è carismatico più siamo contenti, perché così evita di pestarci i piedi.

 

Invece, forse dobbiamo partire proprio dal renderci conto del carisma dell’altro, del dono che lo Spirito ha dato all’altro che ci  sta di fronte. Altrimenti continuiamo ad  aggrovigliarci in noi stessi, guardando a ciò che riusciamo a fare, ai nostri carismi, alla nostra attività: alla fine diventa una forma egocentrica piuttosto che un dono per gli altri. Cerca invece il carisma dell’altro!

 

Leggi tutto: Veglia Pentecoste.doc

27/05/2010

15.000! Wow

Mi sono accorto adesso che abbiamo raggiunto i 15.000 contatti. Incredibile.

Grazie a chi lavora dietro le quinte e a chi collabora a diverso titolo al blog. Grazie a voi che avete la pazienza di seguire quanto scriviamo. Speriamo che serva a crescere nel Signore e aiuti nel cammino.

Che altro dire? Via ai festeggiamenti! Beh, ovviamente virtuali. Cin cin.

festa.jpg

Pentecoste 2010 (2), rito ambrosiano

pentecoste.jpgNon so per quale strano motivo, lo Spirito Santo non rientra molto nelle nostre competenze. Viene trattato – a volte anche da parte di coloro che Lo invocano – come se fosse una cosa. Se ne parla come di una “forza”, di un “regalo”; tutto vero, per carità, però lo Spirito Santo è Dio.

Lo Spirito Santo è l’Amore del Padre e del Figlio. Il Padre che ama il Figlio e il Figlio che ama il Padre, si chiama Spirito Santo: un Amore donato e ricevuto; un Amore eterno, perfetto, totale.

Un Amore che è Egli stesso Dio, con il Padre e con il Figlio.

 

Questo dono, questo Amore viene dato a noi!

Non semplicemente una Sua azione, ma Lui. Ci viene dato lo Spirito Santo.

Poi, lo Spirito Santo, quando entra in noi, opera, agisce; fa, ad esempio, tutto quello che ci raccontava la seconda lettura che oggi ci è proposta. Ci crea, ciascuno come un’opera d’arte straordinaria e ciascuno diverso dall’altro.

Ma capite che il dono non è semplicemente il fatto che io ho una capacità, un carisma per la Chiesa. Più profondamente, il dono è Lui, è Dio dentro di noi, è la Sua presenza.

 

“Egli resterà con voi” – così ha detto Gesù nel brano del Vangelo – “Starà dentro di voi”.

Quando noi siamo stati battezzati, è accaduto questo: che lo Spirito Santo è entrato dentro di noi e ha preso dimora dentro di noi e noi siamo diventati tempio dello Spirito Santo, perché dentro di noi Lui vive. E, in questo Amore, il Padre e il Figlio abitano dentro di noi. Dio stesso, nella Sua perfezione e totalità, ha deciso la follia di abitare nel nostro cuore.

Come faccia a starci è un mistero, perché il nostro cuore non è esattamente un posto dove si sta bene; il nostro cuore è un disastro, incasinato fino all’inverosimile, pieno di male. Eppure, dentro nella profondità del nostro cuore, sotto il male che noi possiamo vedere e anche quello che non possiamo vedere, dentro nell’intimità più profonda di noi, Dio stesso abita.

 

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26/05/2010

Pentecoste 2010 (1), rito ambrosiano

20 DALI APPARUERUNT ILLIS DISPERTITAE LINGUAE.jpgNoi, solitamente, abbiamo due grandi ambiti che costruiscono quello che siamo: ciò che sta fuori di noi e ciò che sta nell’interiorità della nostra esistenza; ciò che è più esterno e ciò che è più interno. Dal dialogo e dal confronto continuo tra queste realtà nasce quello che siamo. E ciascuno di noi deve la propria identità  all’interazione di queste due forze.

Da una parte: l’ambiente, la famiglia, le attività, le esperienze che abbiamo fatto, la storia che abbiamo vissuto, gli eventi belli e brutti che ci sono capitati ci cambiano; sono il principio del mutamento in noi. Se non succedesse niente, noi resteremmo sempre uguali. Nel periodo in cui siamo tranquilli, di solito non cambiamo, né in bene, né in  male. Gli avvenimenti sono il principio necessario al nostro mutamento, al cambiamento: a volte miglioriamo, qualche volta peggioriamo, ma in ogni caso sviluppiamo il nostro modo di essere grazie a ciò che accade.

Dall’altra parte, invece, c’è ciò che siamo dentro, nell’interiorità della nostra persona – quello che chiamiamo il nostro “io”: l’elemento che ci garantisce la continuità. Per cui io, da quando sono nato ad adesso, sono cambiato molte volte, ho fatto molte esperienze, ma ho conservato sempre la mia identità personale,  e dunque anche quando guardo a situazioni passate,  posso affermare:  “‘Io’ ho fatto; ‘io’ ho vissuto”. Altrimenti saremmo “spezzettati”: ogni volta che facciamo un’esperienza, dovremmo vederla come se l’avesse vissuta un’altra persona, perché noi nel frattempo siamo cambiati, non siamo più gli stessi. Non accade così. Noi manteniamo costante la nostra identità personale; su questo si basa, d’altra parte, il principio della responsabilità.

 

Rispetto a tale premessa, ci accorgiamo che il brano del Vangelo di oggi ci spiazza, perché Gesù conclude: “Voi in me e io in voi”. Vuol dire che la nostra relazione con Lui è una relazione che si svolge su tutti e due i livelli.  Solitamente abbiamo una realtà che sta fuori di noi e una che sta dentro di noi; con queste parole Gesù “pretende” di essere tanto quello che sta fuori, quanto quello che sta dentro.

Voi in me”: Lui è ciò che ci sta attorno; è ciò che ci cambia; è il principio del mutamento. Se noi ascoltiamo il Vangelo, continuamente siamo stimolati a cambiare. Ma, anche se non ascoltassimo il Vangelo, la vita stessa, gli eventi, la natura, quanto ci circonda “dell’Altissimo porta significazione” direbbe Francesco, cioè rimanda a Lui; è sempre Lui che, in modi diversi, continuamente ci stimola a mutare, a cambiare, a diventare nuovi, a crescere in un modo diverso.

Voi in me”: è bellissima quest’immagine. In fondo è un’immagine quasi materna: “Voi in me”. E’ l’idea che, se stiamo dentro di Lui e ne siamo consapevoli, è come se fossimo dentro il grembo della madre e veniamo plasmati, sempre di nuovo, così da diventare sempre più simili a Lui. L’uomo nuovo cresce perché noi siamo in Lui. Paolo, a un certo punto della Sua missione apostolica, si trova a  predicare ad Atene, e, usando l’espressione di un poeta, dice che noi in Dio “viviamo, siamo, esistiamo”. Siamo dentro di Lui, avvolti da Lui, avvolti da quell’Amore. La Pentecoste, che oggi celebriamo, ci ricorda che siamo immersi in questo Amore, che continuamente ci circonda. L’abbiamo anche cantato: “Del tuo Spirito, Signore, è piena la terra”.

 

Ma non basta; esiste una realtà che va ancora oltre. L’immagine dello Spirito…

 

Leggi tutto: mattina Dom. Pentecoste.doc

 

Immagine: Apparuerunt illis dispertitae linguae, DALÍ Salvador, 1964-67.

24/05/2010

Omelia VII domenica di Pasqua, rito ambrosiano

abbraccio Pietro e Paolo.JPGPer qualche misterioso motivo, l’annuncio della unità, del grande dono che il Signore fa nell’ultimo tratto del Suo cammino terreno – il brano evangelico di Giovanni è tratto dal capitolo 17, cioè dal discorso dell’addio –, è percepito più come un peso che come un regalo. L’immagine che ne abbiamo, in genere non ci riempie di entusiasmo: dobbiamo considerarci tutti fratelli e sorelle e dunque ci tocca occuparci degli altri, sforzarci di essere una comunità con gente che non ci sembra poi così meravigliosa.

Da una parte il nostro cuore desidera davvero l’unità, perché ci rendiamo conto che quando siamo da soli non stiamo bene; la solitudine è una delle grandi sofferenze che distruggono la nostra vita. Eppure, nello stesso tempo, in noi agisce anche un’altra forza, che ci manda nella direzione opposta, che ci fa costruire distruggendo le relazioni, ci fa allontanare gli uni dagli altri. Queste due tensioni si contrastano continuamente.

Il dono che il Signore ci consegna dovrebbe servirci per orientare le nostre energie dalla parte buona, quella appunto dell’essere uniti, del costruire insieme, del ritrovare nell’unità una dimensione grande e preziosa, che ci permette di respirare in modo pieno.

 

Ciascuno di noi, invece, vive isolato, diviso. Ciascuno coltiva il proprio interesse, ha la sua famigliola,  le sue occupazioni. Certo, se hai la famiglia ci devi pensare. Il problema è quando pensi solo a questo. Quando attorno a te costruisci una barriera e non riconosci l’unità come un dono, ma come un fardello o addirittura una minaccia, che viene a violare la tua vita, a scardinare il tuo ordine. E’ un atteggiamento che succede spesso di assumere.

C’è un’immagine molto chiara di quanto avviene a livello di cuore e di mente: guardate quello che accade a livello di porte! Quando si gira per le benedizioni delle case serve un sacco di tempo per aspettare che si aprano le porte dopo aver suonato: ci sono serrature e catenacci sotto, sopra, a metà porta. Difendersi va bene, naturalmente. Eppure qualche volta alcuni nostri comportamenti esteriori manifestano un atteggiamento interiore del cuore, o magari finiscono per provocarlo. E ti rendi conto che anche il cuore è chiuso a molte mandate rispetto al dono dell’unità.

 

Noi abbiamo bisogno di scoprire una realtà diversa. Pensate – sia pure con un po’ di fatica dopo la tanta pioggia di questi giorni – all’immagine di un terreno terribilmente arido. Come quando d’estate c’è un caldo  pazzesco e la terra si crepa, diventa dura come il marmo, non ci cresce più niente e si creano tutte quelle spaccature. Ecco, noi qualche volta nel nostro mondo – e disgraziatamente anche nelle comunità cristiane – viviamo così, come se fossimo ciascuno sul nostro lembo di terra riarsa, con le voragini attorno, senza contatto con chi sta a fianco.

Nel momento in cui lo Spirito del Signore scende su di noi, invece,  accade come quando arriva l’acqua: il terreno si gonfia, diventa diverso, i crepacci si colmano e torna unito, non è più sterile; diventa un terreno dove germoglia qualcosa, dove cresce qualcosa di nuovo.

Ecco: l’azione della grazia del Signore su di noi è analoga a quella dell’acqua sul terreno arido. Lui scende su di noi e crea una cosa nuova; crea la possibilità di incontrare l’altro non su un terreno strano, lontano, saltando i crepacci, ma semplicemente perché l’altro diventa un terreno solo con te. Il grande dono che ci è stato fatto è questo e noi ci pensiamo così poco.

 

Leggi tutto: VII di Pasqua - dopo Ascensione.doc

 

Leggi l’omelia per la messa della prima comunione sullo stesso tema: Prime Comunioni 2010.doc

 

Immagine: abbraccio dei santi Pietro e Paolo, mosaici di Monreale.

22/05/2010

Omelia VI domenica di Pasqua, rito ambrosiano

conversione Paolo.jpgL’Amore non è mai una realtà che Dio dà per forza; è sempre libertà.  Se noi fossimo davvero convinti di questo, la nostra preghiera sarebbe prevalentemente preghiera di ringraziamento. Quale gratitudine traboccherebbe dal nostro cuore, se noi fossimo davvero convinti che Dio non ‘deve’ amarci, ma ‘vuole’ amarci; che Dio ci cerca perché desidera farlo, ma se vuole – anche se forse non è mai accaduto – può benissimo evitare di cercarci. 

Lui non è in alcun modo obbligato ad amarci; non ci è debitore del Suo Amore. E’ Lui che vuole donarci il Suo Amore; è Lui che lo desidera; è Lui che crea le condizioni; è Lui che ci raggiunge prima ancora che noi possiamo fare qualunque cosa,  perché vuole mettere a fondamento di tutto l’Amore. Ma è un Amore sempre libero, in ogni istante – non sarebbe Amore altrimenti.

Non c’è mai un momento nel quale Dio deve per forza fare una certa cosa per me. Tutte le volte che Lui fa qualcosa per me, lo fa perché lo desidera, lo fa appunto per una libera scelta di Amore. Lo vuole. Con tutto Se Stesso.

 

E’ sempre un regalo; ogni attimo di respiro, ogni situazione: tutto e sempre è Amore donato, gratuitamente. In noi deve tornare a sgorgare la capacità di ringraziare che nasce da questa consapevolezza.

Normalmente, invece, non ci viene proprio spontaneo. Pensate concretamente al momento che viviamo nell’Eucaristia, che vuol dire proprio “ringraziamento”: ufficialmente stiamo celebrando questo palpitante e commosso rendimento di grazie a Dio. Guardate che cosa in realtà riempie il vostro cuore, dalle distrazioni alle richieste ossessive per qualcosa che serve. Che spazio occupa il vero ringraziamento? Forse ogni tanto si insinua, quasi per sbaglio, nell’euforia di una settimana che è andata bene, ma di solito arrivi in preda agli affanni, resti cupo, immerso nei tuoi problemi e metà della Messa la perdi con la testa altrove.

Dovremmo essere qui a ringraziare. A ringraziare che Lui ci ama, che ci ha chiamati, che si offre per noi, che parla a noi, che si dona nel Pane e nel Vino: tutto questo non è scontato,  è sempre un regalo.

 

Ci potrebbe essere tolto tutto. Gesù lo dice: “Guardate che ci saranno tempi nei quali lo Sposo vi sarà tolto” e non parla solo della croce, che è il riferimento immediato del brano del Vangelo di Giovanni, che oggi ci è donato,  ma, più radicalmente, ci sono momenti nella vita nei quali ti accorgi che Lui, in qualche modo, si è staccato; che non è obbligato a restare con te.

Certo, lo fa per aiutarti, per liberarti appunto da questa mentalità del dovuto, del fatto che l’altro ti ‘deve’ l’amore; per toglierti quel legame. E quindi, in realtà, è sempre vicino, da questo punto di vista. Il Suo è come l’allontanarsi dei genitori, quando devono svezzare un bambino…

 

Leggi tutto: VI Domenica di Pasqua.doc

18/05/2010

Matteo 9-9.13

Andando via di là, Gesù vide un uomo, chiamato Matteo, seduto al banco delle imposte, e gli disse: "Seguimi". Ed egli si alzò e lo seguì.
Mentre sedeva a tavola nella casa, sopraggiunsero molti pubblicani e peccatori e se ne stavano a tavola con Gesù e con i suoi discepoli. Vedendo ciò, i farisei dicevano ai suoi discepoli: "Come mai il vostro maestro mangia insieme ai pubblicani e ai peccatori?".  Udito questo, disse: "Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati.

Andate a imparare che cosa vuol dire: Misericordia io voglio e non sacrifici. Io non sono venuto infatti a chiamare i giusti, ma i peccatori".23conta.jpg

 

 

La chiamata di Matteo e il pasto coi peccatori

 

Che bravo Matteo, senza tentennare e porsi tante domande si alza e lo segue.

Io sarei capace di fare altrettanto e di seguirlo all’istante o sarei titubante e zoppicante?

E poi… Gesù va a mensa con pubblicani e peccatori…

Mangiare assieme ai peccatori è gesto di comunione: per i farisei esprime complicità, per Gesù la Misericordia di Dio. Questo è un atto di intimità e letizia e ci fa sentire la  sua famiglia.

Lo  stare a tavola di Gesù  con i peccatori è un segno di speranza offerto a chi si sente perduto Gioisco di essere nonostante tutto un invitato e con questa gioia accolgo le parole finali del brano “Non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori”.

Iorio

05/05/2010

Meditazione di Benedetto XVI sulla Sindone, Torino 2010

Domenica andremo in pellegrinaggio alla Sindone. Propongo alla vostra lettura questa bellissima meditazione di Benedetto XVI fatta pochi giorni fa a Torino.

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Il Sabato Santo è il giorno del nascondimento di Dio, come si legge in un’antica Omelia: "Che cosa è avvenuto? Oggi sulla terra c’è grande silenzio, grande silenzio e solitudine. Grande silenzio perché il Re dorme … Dio è morto nella carne ed è sceso a scuotere il regno degli inferi" (Omelia sul Sabato Santo, PG 43, 439). Nel Credo, noi professiamo che Gesù Cristo "fu crocifisso sotto Ponzio Pilato, morì e fu sepolto, discese agli inferi, e il terzo giorno risuscitò da morte".                               

Cari fratelli e sorelle, nel nostro tempo, specialmente dopo aver attraversato il secolo scorso, l’umanità è diventata particolarmente sensibile al mistero del Sabato Santo. Il nascondimento di Dio fa parte della spiritualità dell’uomo contemporaneo, in maniera esistenziale, quasi inconscia, come un vuoto nel cuore che è andato allargandosi sempre di più. Sul finire dell’Ottocento, Nietzsche scriveva: "Dio è morto! E noi l’abbiamo ucciso!". Questa celebre espressione, a ben vedere, è presa quasi alla lettera dalla tradizione cristiana, spesso la ripetiamo nella Via Crucis, forse senza renderci pienamente conto di ciò che diciamo. Dopo le due guerre mondiali, i lager e i gulag, Hiroshima e Nagasaki, la nostra epoca è diventata in misura sempre maggiore un Sabato Santo: l’oscurità di questo giorno interpella tutti coloro che si interrogano sulla vita, in modo particolare interpella noi credenti. Anche noi abbiamo a che fare con questa oscurità.

sepoltura di Gesù.jpg

E tuttavia la morte del Figlio di Dio, di Gesù di Nazaret ha un aspetto opposto, totalmente positivo, fonte di consolazione e di speranza. E questo mi fa pensare al fatto che la sacra Sindone si comporta come un documento "fotografico", dotato di un "positivo" e di un "negativo". E in effetti è proprio così: il mistero più oscuro della fede è nello stesso tempo il segno più luminoso di una speranza che non ha confini. Il Sabato Santo è la "terra di nessuno" tra la morte e la risurrezione, ma in questa "terra di nessuno" è entrato Uno, l’Unico, che l’ha attraversata con i segni della sua Passione per l’uomo: "Passio Christi. Passio hominis". E la Sindone ci parla esattamente di quel momento, sta a testimoniare precisamente quell’intervallo unico e irripetibile nella storia dell’umanità e dell’universo, in cui Dio, in Gesù Cristo, ha condiviso non solo il nostro morire, ma anche il nostro rimanere nella morte. La solidarietà più radicale.

 

In quel "tempo-oltre-il-tempo" Gesù Cristo è "disceso agli inferi". Che cosa significa questa espressione? Vuole dire che Dio, fattosi uomo, è arrivato fino al punto di entrare nella solitudine estrema e assoluta dell’uomo, dove non arriva alcun raggio d’amore, dove regna l’abbandono totale senza alcuna parola di conforto: "gli inferi". Gesù Cristo, rimanendo nella morte, ha oltrepassato la porta di questa solitudine ultima per guidare anche noi ad oltrepassarla con Lui. Tutti abbiamo sentito qualche volta una sensazione spaventosa di abbandono, e ciò che della morte ci fa più paura è proprio questo, come da bambini abbiamo paura di stare da soli nel buio e solo la presenza di una persona che ci ama ci può rassicurare. Ecco, proprio questo è accaduto nel Sabato Santo: nel regno della morte è risuonata la voce di Dio. È  successo l’impensabile: che cioè l’Amore è penetrato "negli inferi": anche nel buio estremo della solitudine umana più assoluta noi possiamo ascoltare una voce che ci chiama e trovare una mano che ci prende e ci conduce fuori.

 

Leggi tutto: +BENEDETTO XVI 2010 DAVANTI ALLA SINDONE.doc

 

Ascolta l’intervento del Papa: http://benedictxvi.tv/audio/2010/750-2-05-2010-turin-holy...

 

Immagine: Sepoltura di Gesù, Benvenuto Tisi da Garofalo, 1520, Hermitage.

03/05/2010

Omelia V domenica di Pasqua, rito ambrosiano

Barnaba.jpgNoi siamo normalmente infastiditi dal concetto stesso di “comandamento” e soprattutto non vediamo proprio come si possa conciliare con l’amore. Ci viene spontanea l’obiezione che l’amore non si può comandare. Dobbiamo però renderci conto che quando Gesù dà un comandamento ci sta dicendo che cosa è realmente costitutivo della nostra vita, cioè ci sta dando un elemento che ci consente di verificare se siamo davvero cristiani. Il concetto risulta più chiaro attraverso qualche esempio, per  aiutarci a capire che il comandamento è un obbligo, ma un obbligo costruttivo, che ti dice di che cosa non puoi fare a meno. Se sei uno che costruisce case, e i calcoli dell’ingegnere ti dicono che devi utilizzare una determinata quantità di cemento e una certa quantità di sabbia, non puoi invertire le proporzioni, altrimenti la casa che stai costruendo crollerà presto. Se sei un panettiere, non puoi, per risparmiare,  mettere metà del lievito previsto nell’impasto; ne verrebbe fuori un pessimo pane che non potresti più vendere. Se produci vino, certo non puoi permetterti di allungarlo con l’acqua. In apparenza hai messo dentro tutto lo stesso, sia nel pane che nel vino che nella casa, ma, se non rispetti le dosi e le indicazioni, ottieni un risultato cattivo e magari anche pericoloso.

 

Fuori dalle immagini e fuori di metafora, quando noi ascoltiamo i comandamenti del Signore, ammettiamo che sono indicazioni  indispensabili, ma poi di fatto scegliamo noi, arrangiandoci alla meglio, che cosa utilizzare e in che misura. E realizziamo così uno sproposito che non ci sogneremmo mai  di fare in altri ambiti, ma che ci appare normale  nella vita cristiana. Diventiamo tutti maestri, tutti “panettieri dello spirito”, capaci di fare cose meravigliose senza rispettare le regole, senza rispettare le indicazioni del Signore!

Quando ci comportiamo così, il  risultato è disastrosamente brutto o addirittura pericoloso.

Perché una comunità cristiana che si edifica su persone che pensano di essere tutte indipendenti le une dalle altre e di non dover fare riferimento ai comandamenti in modo normativo, non può stare in piedi. E’ come se ciascuno costruisse senza sapere che cosa sta costruendo l’altro.

Pensate ad una squadra di muratori che sta costruendo una casa:  accadrebbe un disastro se ciascuno di loro non sapesse che cosa devono fare gli altri e decidesse in proprio dove mettersi a realizzare una porta o una finestra, indipendentemente da un progetto comune! 

Troppe volte le nostre comunità cristiane sono costruite così: ciascuno edifica di testa sua, prendendo dal Vangelo le indicazioni che gli piacciono e lasciando da parte quelle che non gli piacciono.  Ne risulta una costruzione che non si sa bene che cos’è. E’ proprio quello che accade di fronte a certe comunità cristiane: non si capisce più da che parte si entra e come si guarda fuori. 

 

Leggi tutto: V Domenica di Pasqua.doc

 

Immagine: Barnaba depone i suoi beni ai piedi degli apostoli, WEIGEL, Johann Christoph, 1695

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