29/04/2010

Omelia IV domenica di Pasqua, rito ambrosiano

Quando, nel nostro vocabolario, facciamo riferimento ai termini: comandamento” e “amore, ci sembra che i due concetti non possano proprio stare insieme. Perché, solitamente, nella nostra esperienza, ricevere un comando significa trovarsi di fronte ad una coercizione, esercitata da un potente, da qualcuno che pensa di essere superiore rispetto ad un inferiore. E il comando è sempre, tipicamente, una forma di violenza, nelle forme che noi conosciamo. Naturalmente si applica a livelli diversi, che possono andare dal comando di un generale ad un soldato, fino a quello di una mamma a suo figlio. Però, normalmente, intendiamo il termine “comandare” nel suo senso più duro, come un’imposizione. Dall’altra parte, invece, quando parliamo di  “amore”, soprattutto nell’ambito culturale odierno, lo colleghiamo alla spontaneità. Non ci viene proprio in mente di usare il termine “amore” associato al dovere. E’  un sentimento, un impulso che ti nasce dentro, che ti trasporta, che non è controllabile: insomma una serie di caratteristiche da telenovela che distruggono ogni autentico concetto dell’amore.

Se partiamo da una visione di questo genere, ampiamente diffusa nel sentire comune, la pagina del Vangelo che ci viene donata ci spiazza completamente. Di fatto continua ad intersecare il “comando” con l’”amore” e ci costringe così a ripensare il senso che attribuiamo a questi termini. Perché, ovviamente, non possiamo prendere i nostri concetti e “appiccicarli” sul Vangelo. Dobbiamo prendere il Vangelo e lasciare che sia lui a plasmare i nostri concetti e le nostre idee e il nostro modo di affrontare la vita.

 

lavanda piedi.jpgCerchiamo allora di inserire questa pagina in una prospettiva corretta. La possibilità di lettura che vi suggerisco e che sviluppo, sia pure molto brevemente, ha come punto di partenza il Mistero di Dio. Iniziamo a contemplare come Gesù è il Figlio, come Gesù entra nel mondo e vive da uomo il Suo essere Figlio nell’obbedienza. Poi torniamo su di noi, che siamo chiamati a compiere il percorso inverso: obbedendo, entriamo nel mondo di Dio. E’ una dinamica che appare semplice, così sintetizzata, ma, ovviamente, è molto più complicata da vivere.

Allora, il punto di partenza è il Mistero di Dio. Mistero che in questa pagina evangelica, come in molte altre, ci viene in parte rivelato. Il Signore Gesù ci dice: “Come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi. Io rimango nel suo amore, perché osservo i suoi comandamenti”.

 

Il Mistero di Dio che Gesù rivela è anzitutto che Dio è Padre ed è la sorgente dell’Amore. Il Padre è l’origine di ogni Amore possibile. Lui è l’Amore. E questa sorgente dell’Amore si dona. Si dona infinitamente e totalmente, senza riserve, senza tenere niente.

Perché – vedete – noi abbiamo un problema, quando parliamo dell’amore, ed è il fatto che pensiamo a partire dal nostro amore. Il nostro amore è fatto in modo tale che è una parte di noi, una parte importante di noi, ma, se in un certo momento noi non amiamo, non vuol dire che cessiamo di esistere. Noi esistiamo comunque; che io ami o che io odi, ci sono, esisto.

Nel caso di Dio, non è così. Dio è Amore. Quello che per noi è esistere, essere, per Lui è amare. Lui è Amore. Totalmente. Assolutamente.

 

Ora, questo Amore vive del dono di Sé – non potrebbe essere Amore altrimenti; non esiste Amore che non si dona! E si dona totalmente al Figlio.

Il Mistero di Dio che Gesù auto-rivela è che Dio è Figlio ed è il totalmente amato; che riceve tutto l’Amore del Padre. Il Padre si dà tutto. E il Figlio…

 

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Immagine: Lavanda dei piedi, Initials A.H., XVI sec., Musée des Beaux-Arts, Lyon

19/04/2010

Omelia III domenica di Pasqua, rito ambrosiano, anno C

Paolo a Roma.jpgLa maggior parte dei cristiani pensa che si possa vivere da cristiani, parlare come cristiani e parlare di Cristo solo in alcune situazioni e con alcune persone. Non è così!

Quando noi ragioniamo in questo modo, mettiamo nel nostro parlare, nel nostro vivere, nel nostro essere un errore che ci spezza in mille situazioni, in mille frammenti, che ci distrugge dal di dentro. Perché noi – per quanto riusciamo a capire – decidiamo che in una certa situazione si può parlare, si può annunciare, si può vivere secondo un determinato stile e in altre circostanze no.

Il luogo classico in cui si applica questo preconcetto negativo è il lavoro. Tantissimi cristiani quando si trovano sul posto di lavoro, sono su un altro pianeta e sono altre persone rispetto al loro modo di essere in altri ambiti, a casa o nella comunità cristiana. Sembra proprio che si tratti di persone completamente diverse. Non perché si comportino in modo terribilmente negativo; piuttosto è come se diventassero “neutri”, senza più nessuna relazione con il mondo del Vangelo. Dobbiamo chiederci: come è possibile? E’ forse vero che esistono condizioni ideali per annunciare il Vangelo, rispetto ad altre? In realtà no. L’unica “condizione” da tenere in seria considerazione è la condizione di chi deve annunciare, non delle persone a cui si rivolge l’annuncio. Perché l’annuncio va rivolto sempre, in ogni situazione “opportuna e non opportuna”. Quello che fa problema, di solito, è il nostro cuore. Dentro di noi è scarsa  la consapevolezza che davvero non ci dobbiamo “vergognare del Vangelo”, come diceva Paolo. Invece, qualche volta sembra che ci vergogniamo del Vangelo. E’ evidente, dal momento che non ne parliamo mai, non lo citiamo, non ci appelliamo al suo insegnamento, non riusciamo a controbattere di fronte a qualcuno che fa i soliti discorsi contro la Chiesa; restiamo tutti come assenti, zitti, in silenzio: guai a dire una parola. Se non riusciamo a muoverci nella direzione giusta, vuol dire che c’è qualcosa che non funziona. E’ chiaro che non riusciremo a farlo tutte le volte, ma almeno non dobbiamo fermarci in base ad un pregiudizio, una presa di posizione che è già data – non importa quale sarà la situazione reale: in una certa circostanza, in un certo ambiente non si parla di Gesù.

 

Osservate come, in realtà, le letture che oggi ci sono donate vanno in tutt’altra direzione – tanto nel dialogo che Gesù ha con i suoi interlocutori, quanto nell’esempio e nelle parole di Paolo. Dicono che il Vangelo va sempre annunciato, senza vergognarsi mai. Pensate a…

 

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Immagine: Paolo agli arresti a Roma, WEIGEL, Johann Christoph, 1695.

15/04/2010

Omelia domenica in albis 2010, rito ambrosiano

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L’incredulità, che l’apostolo Tommaso vive, è una realtà che fa parte del cuore dell’uomo. Ciascuno di noi sa benissimo che, pur essendo credenti, spesso, all’interno della nostra esperienza, noi sperimentiamo delle “bolle” d’incredulità, momenti nei quali non riusciamo più a credere pienamente. Ascoltiamo una Parola e quella Parola non riesce ad entrare dentro di noi, cambiandoci. Sappiamo che succede, nel cuore di tutti: non c’è credente che non abbia sperimentato, in un momento o nell’altro della propria esistenza, una fatica del genere. Perché l’incredulità fa parte dell’uomo: noi non ci fidiamo di tutto e di tutti. Anzi, imparare a fidarsi è una di quelle conquiste che rendono l’uomo tale. Allora, bisogna lavorare tanto per poter arrivare a dire: “Signore, io mi fido davvero di te”.

 

Questa incredulità, che sta dentro nel cuore di ciascuno, è ben rappresentata da Tommaso, che pure è un discepolo, che pure ha fatto il cammino, per tutto il tempo, con Gesù. Tuttavia si ritrova come bloccato di fronte all’annuncio che tutti gli altri gli stanno dando: “Abbiamo visto il Signore!”. Non si fa venire nemmeno qualche dubbio; è ostinato nel suo rifiuto: “Io, se non tocco, non credo”. E questo “non credo” risuona dentro nel cuore dell’uomo. Tommaso esprime semplicemente qualcosa che ciascuno di noi sperimenta, in momenti diversi della vita. E che alcuni nostri fratelli vivono come nota dominante della loro intera esistenza. Ci sono alcuni che fanno del non credo” la caratteristica della loro vita; perché hanno bisogno di toccare, di vedere, di sentire.

Ora, siccome anche noi facciamo l’esperienza di questa fatica, siamo chiamati a vivere, rispetto ai nostri fratelli che stabilmente non credono, un atteggiamento di incontro, di misericordia; non certo di giudizio. Per lo meno non del giudizio nel senso di distacco e condanna senza appello, come spesso intendiamo. La comprensione della difficoltà dell’altro deve albergare dentro di noi, perché sappiamo che credere è un miracolo. Quando noi guardiamo la nostra incredulità e guardiamo la nostra fede, ci accorgiamo che la fede è sempre un miracolo. Proprio perché dobbiamo ammettere che la fede è un miracolo dentro di noi, non possiamo esigere che l’altro la condivida. Tu puoi cercare l’altro, puoi accompagnarlo. Ma rispetti l’altro nella sua fatica, perché  ti rendi conto che il tuo dire di sì non sai bene da che parte è arrivato: a volte non riesci a dire perché credi. Se uno dovesse chiederti: “Perché credi?”, la maggior parte di noi non saprebbe dare una risposta. Non perché non esiste risposta, ma perché è qualcosa di talmente profondo e quasi impossibile da esprimere che ti accorgi che è veramente miracoloso poter dire: “Gesù è risorto!”. E tutte le volte che lo dici è un miracolo che si rinnova. Peccato che non ne siamo sempre consapevoli, ma è così: è sempre un evento miracoloso.

Ora, il rispetto per la fatica dell’altro non significa disinteresse: se non crede sono affari suoi, lo lascio stare e fine della discussione. Ovviamente, non è questo che ci viene chiesto dal Vangelo. Quello che ci viene comunicato, invece, è la capacità, nel momento in cui dici: “Io credo nel Risorto”, di essere trasformati a Sua immagine; a immagine di Colui che è venuto a “cercare chi era perduto”, a cercare “non i sani ma i malati”. La seconda lettura ci diceva che noi siamo stati “sepolti con Cristo e siamo risorti con Lui”. Noi siamo stati  nuovamente creati, a Sua immagine. E’ iniziato in noi un processo che piano piano, tutte le volte che noi impariamo a dire di sì, ci rende sempre più simili a Lui. Anche in questa Sua ricerca di ogni persona; anche in questo Suo non accontentarsi mai. Anche in questo Suo vedere il peccato dell’uomo eppure, caparbiamente, sempre e di nuovo, morire per quest’uomo, donarsi interamente.

 

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14/04/2010

Omelia di Pasqua 2010, messa del giorno

Tintoretto;_Noli_me_tangere.jpgNoi – più di quanti hanno vissuto in altre epoche storiche – viviamo una difficoltà di fronte all’annuncio grande e straordinario che Cristo è risorto: “Ho visto il Signore!”. La difficoltà è data dal fatto che noi viviamo in una cultura dove ciascuno si sente un individuo isolato rispetto agli altri e sostanzialmente nutriamo la convinzione che quello che siamo, e spesso anche quello che facciamo, non ha nessuna conseguenza sugli altri, non li tocca. E’ un problema grave per noi, perché, a partire da questa mentalità, diffusa al punto da apparire normale, di fronte al fatto che Cristo è risorto uno dice: “Sì: è un evento bello; però è successo a Lui, non a me”. Una simile visione ci impedisce di capire che c’è qualcosa di più profondo, che lega quest’annuncio con la vita di ciascuno di noi. Al di là del fatto che si tratta, in ogni caso, di un annuncio davvero bello: se sai che qualcuno che ami – almeno che stimi – è risorto, dovresti essere pieno di gioia, anche se non fossi direttamente coinvolto. Invece, noi arriviamo alla mattina di Pasqua e sentiamo “Alleluia” e l’annuncio “Cristo è risorto”, “Ho visto il Signore!”, che la Liturgia continuamente ci ripete, e i fedeli restano tutti con l’occhio a mezz’asta, con l’aria di dire: “Sì, l’ho già sentita questa; la so già”.

Cristo è risorto! E’ un evento presente. Cristo è vivo, adesso. E’ il Vivente. Noi dobbiamo rifare quel percorso che ha stupito i primi cristiani e che deve prendere il cuore anche a noi e ci deve far superare questa mentalità individualista ed apatica.

Che cosa è successo nel primissimo periodo dell’annuncio cristiano? Il punto di partenza è che gli Apostoli hanno visto il Signore risorto. E anche molti discepoli hanno visto il Signore. La seconda lettura ci testimoniava che l’esperienza dell’incontro col Risorto non ha riguardato solo poche persone: “In seguito apparve a più di cinquecento fratelli in una sola volta”. Tuttavia queste persone, pur vedendo,  hanno tutte dovuto credere. Se avete fatto caso, nel brano del Vangelo, si ripete due volte che Maria si voltò”. Il primo “si voltò” è riferito ad un’azione fisica. Maria sta parlando con i due uomini – che in realtà sono angeli – che le stanno di fronte; arriva Gesù e lei si gira verso di Lui. Ma poi, quando Gesù la chiama: “Maria!”, il testo dice che Maria si volta di nuovo. Ora, siccome non è pensabile che abbia girato le spalle a Gesù, ovviamente questo secondo “si voltò” va inteso nel senso di “cambiò”, “si convertì”. Vuol dire che di fronte al Signore, pur vedendolo, ha dovuto credere. E così è stato per tutti gli Apostoli. Se voi leggete i racconti delle apparizioni, di solito quando i discepoli vedono Gesù hanno una specie di blocco – come se dicessero: “Ma no, non è possibile!” – e non credono immediatamente. Anzi, in uno dei brani che la Liturgia ci offre nei prossimi giorni, si racconta di Gesù che appare ai discepoli e comincia a parlare con loro, e “alcuni dubitavano”. Hanno dovuto credere. Hanno dovuto fare questo passaggio dal vedere al credere.

Quando poi gli Apostoli vanno da qualcuno che non ha visto Gesù e dicono: “Ho visto il Signore. Il Signore è risorto!”, probabilmente sono loro i primi ad essere sorpresi  dall’esito dell’annuncio. Hanno di fronte  persone che, in molti casi, non hanno mai nemmeno sentito parlare di Gesù – perché…

 

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Immagine: Noli me tangere, Tintoretto

10/04/2010

Omelia Veglia pasquale 2010

Quello che vivono le donne quel primo mattino dell’era nuova, del mondo nuovo, è qualcosa di grande  e travolgente; perché, mentre si stanno recando al sepolcro, le donne hanno in mente e vivono solo tenebre. Hanno perduto la persona di riferimento, hanno perduto il Maestro; anzi, hanno perduto di più: loro già sapevano che Lui era il Figlio, era il Messia, era l’Atteso e dunque la loro situazione è ancora più grave, la loro tenebra è ancora più fitta. Non basta che sia l’Amico, non basta che sia il Maestro; è anche il Signore. Capite che il buio che attraversano è un buio profondissimo. Perché lo scandalo provocato dalla croce, è uno scandalo immenso. Noi non ce ne rendiamo conto adesso, a distanza. Però – per fare un’analogia molto approssimativa –, guardate quanto già sono dispersi e confusi tanti nostri fratelli, di fronte ai fatti di cronaca che continuamente ci vengono presentati in relazione alla vita della Chiesa. E’ un evento ben lontano da quanto ha rappresentato l’essere crocifisso di Gesù, eppure molti già si sentono perduti, già vivono uno scandalo profondo, che insinua il dubbio, ti fa chiedere: “Ma sarà vero? Sarà davvero Lui il Signore?”. Perché Dio non ha parlato sulla croce? Perché Dio non è intervenuto? Perché il Padre, alla crocifissione, non ha detto: “Basta! Lui è il mio Figlio: credetegli!”? Perché è stato zitto? Significa “semplicemente” – si fa per dire, perché è un’insinuazione che per le donne in quel momento rappresentava la fine di tutto  – che Gesù non era il Messia, non era quello che voleva far credere? E se ci fosse di più? Se Dio stesso non esistesse? Se in realtà Gesù proponesse qualcosa che non c’è? Questi dubbi, che tormentano tanti, tormentano anche le donne quel mattino, in modo ancora più radicale e profondo.

Ma, quando arrivano al sepolcro, quello che sta accadendo attorno, attraversa anche loro: dalla notte si sta aprendo l’alba e in quel momento tutto cambia. Le donne trovano un sepolcro vuoto. E’ il segno che viene posto per loro. Un segno che, in realtà, sembra quasi una perdita ulteriore: non c’è neanche il corpo.

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Allora,  alle donne viene dato l’annuncio. Al posto di Gesù, c’è l’annuncio: “Cristo è risorto! Non è più qui! Voi state cercando nel posto sbagliato! Questo sepolcro è vuoto!”. E il sepolcro vuoto diventa la prova, la conferma. Avrete notato che, in tutti i racconti evangelici, Gesù non esce dal sepolcro perché l’angelo lo apre; Gesù è già uscito dal sepolcro. L’angelo apre il sepolcro perché le persone che stanno fuori possano vedere che Lui non c’è più. E, davanti al sepolcro vuoto, l’angelo fa il grande, straordinario annuncio: E’ risorto!”. Il mondo è cambiato. La storia è cambiata. Non c’è più niente come prima. Niente di tutto quello che noi conosciamo può essere di nuovo vissuto e interpretato come prima. Tutto è cambiato.

 

Che cosa è accaduto? E’ accaduto un evento veramente grande: tutto ciò che il Signore Gesù ha vissuto sulla croce è diventato stabile, è diventato eterno.

Sulla croce accade che Gesù – che è Dio e uomo – diventa il luogo, il punto dove tutto si ricapitola.

 

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Immagine: Le donne al sepolcro, Beato Angelico.

05/04/2010

auguri e avviso

Scusate se non vi ho fatto gli auguri di buona Pasqua ma non ce l'ho fatta a incastrare le cose da fare. Però siamo nell'Ottava di Pasqua e gli auguri valgono lo stesso.

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NON E' QUI, E' RISORTO

ALLELUIA

N.B.: Questa settimana non pubblicherò le omelie della Veglia e del Giorno di Pasqua perchè sono impegnato al Capitolo Provinciale (cos'è? "È compito del Capitolo provinciale di compiere un’indagine sullo stato attuale della vita e delle attività della Provincia, di cercare e proporre i mezzi opportuni per la sua crescita e correzione, di discutere e di decidere, di comune accordo, circa le iniziative e gli affari di maggiore importanza, e di fare le elezioni", Costituzioni Generali, Art. 215 §1). Magari troverò lo stesso il sistema di pubblicare ma non ve lo posso assicurare.

Ciao a tutti e buona settimana.

fr. Giampaolo

02/04/2010

Venerdì santo

crocifissione.JPG
Crocifissione, opera di Gaudenzio Ferrari nella Chiesa di Varallo.
Per godere della straordinaria bellezza di quest'opera andate nel sito www.haltadefinizione.com dove, cliccando più volte sul riquadro nel punto desiderato, potrete vedere i più piccoli particolari dell'affresco.

Triduo, meditare con l'arte

Meditazione per immagini:

passione 1 -beato Angelico.jpg
passione 2 -beato Angelico.jpg

01/04/2010

Omelia Domenica delle Palme, rito ambrosiano, messa del giorno

La seconda lettura mostrava l’immagine di un assedio: diceva che siamo “assediati” dal peccato. Nella pagina evangelica vediamo un’altra forma di assedio: sono i peccatori che congiurano contro Gesù; attorno a Lui premono i malvagi, l’odio, il tradimento; il Male ormai Lo circonda. Se fate caso, il brano si articola su stati d’animo alterni. Si apre con un momento di speranza:  ci sono dei Giudei che cercano Gesù, perché Lo vogliono vedere. Subito dopo, però, le nubi diventano buie, fosche, spesse, perché si capisce che moltissimi  Lo stanno cercando perché sia messo a morte; ormai i sommi sacerdoti si sono decisi e hanno dato precisi ordini di denunciarLo. Poi, troviamo l’episodio nella casa di Lazzaro, che è un momento di profonda amicizia e si colloca quasi “a parte”. Ma, nella casa stessa di Lazzaro, c’è Giuda, con tutto il suo mondo, il suo modo di pensare malato.

Ora, sembra che il Male sia il protagonista di questa pagina;  in particolare Giuda si pone al centro dell’attenzione di tutti. Ma non è lui la persona importante dentro questo brano. Il momento più rilevante è quello che sembra quasi una parentesi, cioè l’incontro conviviale nella casa di Marta, di Maria e di Lazzaro. E’ il vero punto focale. Certo, attorno c’è l’odio, una trama maligna che si sta muovendo con sempre maggiore forza, ma a noi viene chiesto di concentrare la nostra attenzione su quel momento di amicizia, di accoglienza. L’atteggiamento giusto per vivere questi giorni è quello che anche la seconda lettura indicava: “tenere fisso lo sguardo su Gesù”. Perché, altrimenti, ci perdiamo nell’odio, ci perdiamo in tutto ciò che sta attorno. Invece, quello che fanno nella casa di Marta, di Maria e di Lazzaro è tenere fisso lo sguardo su Gesù. Se fate caso, in questa famiglia si vive un’accoglienza riconoscente. E’ una famiglia, un luogo dove si vive di amicizia, dove si vive di relazioni vere, dove non si fanno i conti.

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L’immagine dell’accoglienza di questa famiglia è Maria, che fa un gesto che non rientra nella logica dei gesti normali dell’accoglienza. Voi sapete che, nella tradizione orientale, quando un ospite entrava in casa gli si lavavano i piedi, perché arrivava da un territorio molto polveroso. Se era un ospite importante, provvedeva il padrone di casa; se lo era meno, uno schiavo. Maria compie il gesto dell’accoglienza prescritto, ma esagera:  lo fa lei stessa – che è una delle padrone di casa – e non usa solo acqua, ma un olio profumato davvero molto costoso. Diviene un gesto quasi sconsiderato, da un certo punto di vista, ma comprensibilissimo. In fondo, Gesù le aveva  risuscitato il fratello qualche giorno prima! Diventa quasi ovvio che non stai a fare i conti: prendi quanto hai in casa  di più prezioso  e lo usi per onorare l’ospite. Ecco, dentro la casa di Marta, di Maria e di Lazzaro tutti vivono secondo questa logica e nessuno si scandalizza di quel gesto, anzi sembra la cosa più giusta, normale.  In qualche modo, ciascuno vorrebbe fare un tale gesto e Maria diventa come il modello di tutti, del modo giusto di guardare Gesù e di accoglierLo al tempo stesso come “il Signore” e  come l’Amico. Loro sanno bene che stanno ospitando Colui che ha detto: “Io sono la vita”, che è  “il Signore della vita”, è il Figlio, è Colui che è venuto per dare la vita al mondo. E, contemporaneamente, stanno accogliendo il loro caro Amico. Sembrano concetti lontani: da una parte il Signore – perfezione, immortalità; dall’altra l’Amico – vicinanza, dolcezza, comunicazione, dialogo. Eppure, nella casa di queste persone, il Signore è l’Amico e viene accolto come si accoglie il Signore, ma nello stesso tempo come si accoglie Colui che si ama.

 

 

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Immagine: Maria lava i piedi a Gesù, artista sconosciuto, illustrazione dello 'Speculum humanae salvationis', c. 1450, Museo Meermanno Westreenianum.

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