24/03/2010

Omelia V domenica di Quaresima, rito ambrosiano

lazzaro.JPGC’è un modo superficiale di pensare alla morte del Signore, che fa interpretare il precipitare degli eventi come un problema per così dire “politico”: Gesù è andato a cacciarsi in un posto dove c’era gente “più grande” di Lui, ha urtato tutti i potenti  ed era ovvio che finisse male. E’ una lettura che molti hanno usato a lungo. Hanno visto la morte di Gesù come la conseguenza di una situazione, che fino a quel momento è riuscito a gestire, ma ad un certo punto gli sfugge dalle mani: troppo grande, troppo potente il contesto che sta attorno a Lui!

In realtà,  invece, i Vangeli ci presentano la morte di Gesù come momento scelto, voluto da Lui. Non come un incidente di percorso, ma come qualcosa che Gesù sceglie e fa succedere: Lui si consegna alla morte. E quello che noi stiamo vivendo, leggendo questa pagina evangelica, è proprio il momento nel quale Gesù decide di ingaggiare battaglia direttamente con la morte. Non è certo una novità, nell’esperienza di Gesù. In realtà, tutta la vita ha lottato contro il peccato. Chiunque creda, e abbia minimamente affrontato la pagina di Genesi, sa benissimo che peccato e morte sono due facce della stessa medaglia; entrano insieme nel mondo. La morte entra per il peccato. E quando Gesù combatte contro il peccato, sta combattendo contro il Male, che ha inserito la morte nel mondo. Ora, questa battaglia si è protratta per tutto il tempo della vita di Gesù. Non c’è momento nel quale Gesù non abbia combattuto contro il male e contro il peccato. Lo ha fatto salvando i peccatori, usando la parola per chiamarli alla vita, liberandoli dalla loro schiavitù, facendoli tornare ad un’esistenza purificata e nuova, illuminandoli con la luce di una conoscenza diversa, dando loro un’acqua e un pane che sono per la Vita Eterna. Sono le stesse azioni che fa in quest’episodio per un morto. Quello che Gesù fa per i peccatori è del tutto analogo a quello che fa per Lazzaro.

E’ la ragione per cui che la narrazione della risurrezione di Lazzaro viene letta in questa ultima  domenica di Quaresima. La domenica successiva inizia la  Settimana Santa, che culmina  nella notte della grande Veglia Pasquale, in cui i catecumeni venivano battezzati. Era cioè loro indicato che avrebbero vissuto un cammino di uscita dal sepolcro del peccato, dove erano stati rinchiusi fino a quel momento, per opera della grazia di Dio. Dunque, anche la Liturgia che stiamo vivendo riconosce il profondo legame tra la  morte e il peccato.

La lotta che Gesù vive, a questo punto arriva al suo vertice. Ha lottato contro il peccato, ma non basta. Perché la morte continua a fare da padrona. C’è ancora quella realtà, che è alla fine della vita di tutti. Tutti noi conosceremo la morte. Non c’è alcuna possibilità di evitarla.

Gesù  entra dentro la morte, la grande avversaria dell’uomo, e combatte lì direttamente. Il mattino di Pasqua la Liturgia ci farà dire che c’è stato un grande duello tra la vita e la morte. E’ uno degli inni tradizionali, almeno nel rito romano, la  grande preghiera che canta: “Mors et vita duello conflixere mirando: dux vitae mortuus, regnat vivus” –  “La morte e la vita si sono affrontate in un prodigioso duello e il Signore della vita, che era morto, ora regna vivente in eterno”.

Alla luce di questo grande scontro, ci rendiamo conto di quello che è in gioco nel nostro brano evangelico: Gesù ha alzato il tiro, è andato direttamente contro la realtà della morte. E la morte reagisce. Il padrone della morte contrattacca. Perché adesso…

 

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Immagine: Resurrezione di Lazzaro, Beato Angelico, 1450, Museo di San marco, Firenze.

18/03/2010

Omelia IV domenica di Quaresima, rito ambrosiano

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Le opere, le azioni che una persona compie, rivelano o nascondono la sua verità profonda? Sono finestre, che aprono sul mondo della verità della persona che hai di fronte, o sono maschere? Ovviamente, la risposta è che dipende dai casi. Eppure, normalmente, ciascuno di  noi tende a dare una risposta preconcetta e standardizzata a questa domanda e, a seconda della scelta che facciamo, cambia molto il nostro modo di affrontare la vita.

 

Questa consapevolezza è importante per guardare all’esperienza dell’uomo nato cieco, che incontriamo nel brano di Vangelo. E’ l’esperienza in un uomo che si trova coinvolto in un cammino sorprendente, che inizia da “che cosa ha fatto Gesù”, per arrivare a riconoscere “chi è Gesù”. Il cieco sperimenta l’opera di Gesù, che gli dona la vista. A partire dalle opere, è chiamato in un lungo dialogo. E sono proprio le difficoltà che incontra, sottoposto al pressante interrogatorio, che in qualche modo lo aiutano a chiarire a se stesso che cosa è accaduto. Viene continuamente provocato e, tutte le volte che viene attaccato su un nuovo piano, scopre un livello ulteriore di conoscenza di Gesù. E’ un dato molto interessante. Noi a volte abbiamo paura del confronto con chi contrasta il percorso della fede. In realtà, probabilmente perdiamo un’occasione. Perché in quel confronto – quando è un confronto vero, che parte dall’esperienza che tu hai vissuto – c’è dentro la possibilità di arrivare a comprendere qualcosa di più del Mistero stesso. Quest’uomo, nel confronto ci capita per forza, perché praticamente lo trascinano in un tribunale. E’ costretto a interrogarsi su Gesù e, nell’adesione alla realtà vissuta, parte dal: “non so chi è, non so dov’è e non  so che cosa ha fatto” e arriva a riconoscere in Lui non solo un profeta, ma lo stesso Messia, il “Figlio dell’uomo” - secondo un’espressione cara all’apocalittica del tempo. E’ un percorso bello, profondo, che consente a quest’uomo di fare esperienza di un gesto che rivela. Il gesto che Gesù fa su di lui – quello di aprirgli gli occhi – è un gesto che rivela la verità profonda di Colui che ha operato il miracolo: Gesù è la luce. E’ “la luce vera, quella che illumina ogni uomo”. All’inizio del Vangelo di Giovanni è esattamente questa l’immagine che ci viene data: il Verbo, la luce che illumina ogni uomo, la luce scesa nelle tenebre, “ma le tenebre non l’hanno accolta”.

In questo caso, invece, le tenebre fisiche di quest’uomo si aprono alla luce, diventano la porta d’ingresso per capire la verità profonda di Gesù: dal “che cosa fa”  arriva al “chi è”.

Ora, nelle letture che ci sono state donate, risultano evidenti – insieme a molti altri spunti, che  ciascuno può riprendere personalmente durante la settimana –  almeno due atteggiamenti contrari al percorso, aperto e leale, che compie l’uomo nato cieco. Sono due posizioni “patologiche”. La prima è rappresentata dai farisei, che lo interrogano;  l’altra dal popolo d’Israele, nella prima parte della lettura dell’Esodo.

Anzitutto i farisei: hanno un atteggiamento cinico, rispetto al mondo. Perché proiettano sugli altri il loro stesso modo di agire. Gesù li ha accusati più volte di essere…

 

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Immagine: EDY-LEGRAND, Edouard Léon Louis,1950

12/03/2010

Omelia III domenica di Quaresima

Abramo è nostro padre nella fede. Noi dovremmo essere suoi figli, secondo l’immagine evocata dal Vangelo. Abramo si è fidato della Parola di Dio e quella Parola non lo ha mai costretto. Lui ha voluto, ha scelto di aderire a quella Parola. La Parola gli ha aperto orizzonti nuovi, gli ha dato nuova energia, gli ha concesso di uscire dal suo mondo e di entrare dentro una realtà diversa. Grazie a questa fiducia, è riuscito ad avere una discendenza, ha costruito qualcosa di grande. Tanto che noi, ancora oggi, lo consideriamo un nostro padre nella fede. La fiducia di Abramo è diametralmente opposta alla ricerca di rassicurazione o di potere che segna spesso la nostra esperienza. Non è paura del futuro. Non è pensare che la Parola di Dio è una specie di magia che ti dice che cosa devi fare tra un’ora. Non è usare la Parola in modo strumentale, tipo: vado a casa, non so che cosa fare da mangiare, apro la Bibbia che me lo dice. Non funziona così! E non solo perché di ricette non ne contiene tante! Non è questo il modo di affrontare la Parola di Dio.

 

chagal abramo.jpg

La Parola di Dio ti viene donata:  se tu la accogli quando Lei si offre a te, quella Parola apre dentro di te spazi nuovi

 

. E’ come se dentro un terreno arido arrivasse qualcuno che scava e viene fuori una sorgente. Ora, l’acqua di quella sorgente poi la devi usare tu. Sei tu che devi decidere come irrigare, come costruire, come far sì che quella Parola non sia semplicemente una norma, che tu applichi a marionetta, ma diventi invece qualcosa di nuovo. Vi siete mai accorti che i santi sono tutti uno diverso dall’altro? Eppure vivono tutti la stessa Parola di Dio. Ma, se voi leggete con attenzione le vite dei santi, vi accorgete che non ce n’è uno uguale all’altro. Sono venuti fuori tutti diversi! Perché in realtà la Parola di Dio non ti costringe ad eseguire i comandi come se tu fossi un soldato che deve obbedire. La Parola di Dio è l’acqua che entra nel tuo terreno e feconda e dà vita, in modo diverso in ogni terreno che incontra. Apre la libertà, non ti costringe a comportamenti schematizzati. Perché poi quello che cresce dipende dal tuo aderire, dal tuo dire: “Sì! Mi piace, lo voglio, ci provo, cerco di costruire”, così come dipende dal tuo dire di no, dal tuo peccato, che impedisce lo sviluppo di una realtà piuttosto che di un’altra. In ciascuno di noi la Parola crea una realtà nuova, assolutamente originale, diversa.

Capite che avere fede in questa Parola vuol dire che io non chiedo alla Parola di dirmi che cosa mi accadrà domani, tra un mese o tra un anno. Io chiedo alla Parola di aprirmi adesso lo sguardo su un modo diverso di vivere le cose. Qualunque cosa mi accadrà, che sia bella, brutta, che sia quello che mi aspetto o il contrario, non cambierà. Perché quello che è cresciuto dentro nel mio cuore mi consentirà di affrontare ciascuna di queste situazioni, quando e come si presenterà, in modo diverso. E’ questa la potenza della Parola di Dio dentro di noi. Avere fede per noi significa fare questo: fidarci, come Abramo, di quella Parola e metterci in cammino, sapendo che per ciascuno di noi la Terra Promessa sarà diversa, la realizzazione sarà diversa, il tempo, il cammino sarà…

 

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Immagine: Abramo e i tre angeli, Marc Chagal,1960-66, Musée National Message Biblique Marc Chagall, Nizza.

02/03/2010

omelia II Domenica di Quaresima, rito ambrosiano

samaritana.jpgNell’abbondanza della Parola di Dio che ci è stata  donata, mi fermo soltanto sulla seconda parte del Vangelo. Non il dialogo di Gesù con la samaritana, ma lo strano dialogo con i discepoli, che ci lascia leggermente smarriti anche nella formulazione stessa. Si tratta infatti di una difficile traduzione di un testo complicato già in origine. E’ bene dunque soffermarci in qualche spiegazione.

Innanzitutto mi piace, perché apre lo sguardo su un modo diverso di affrontare in primo luogo il tempo della Quaresima, ma, più profondamente, tutta la vita cristiana come modalità di annuncio, come modo di portare il Vangelo.

Il brano racconta che i discepoli arrivano, dopo aver fatto provviste in città, e trovano Gesù che sta parlando con una donna, cosa che non si poteva fare in nessun modo – oltretutto è probabile che, già dall’aspetto, apparisse una donna di facili costumi, come sappiamo dai cinque mariti avuti e dalla relazione irregolare in corso. In ogni caso, una donna non poteva parlare con un uomo da sola, tanto meno con un Maestro della Legge: c’era un divieto esplicito. Dunque, i discepoli si stupiscono enormemente di vedere Gesù che sta parlando con quella donna. Chissà cosa avrebbero detto nel sentire il dialogo precedente, che era addirittura fuori da ogni schema possibile!

 

La donna però non si ferma. Appena sente Gesù che dice: “Io sono il Messia”, lascia la sua brocca – è un gesto importante perché era l’oggetto indispensabile per attingere la preziosa acqua che era venuta a prendere con fatica: vuol dire che aveva proprio fretta, non voleva niente che le impedisse di correre. Abbandona la brocca, corre in città, annuncia, e i Samaritani cominciano a muoversi, uscendo dalla città e venendo verso Gesù.

Ecco, questo è il sottofondo del dialogo di Gesù con suoi discepoli. Io lo vedo come un dialogo abbastanza sorridente da parte di Gesù, pieno di gioia da parte Sua. Perché ha appena finito di parlare con quella donna e quella donna è subito andata ed è diventata un apostolo. E’ andata ad annunciare e subito si vede il popolo che arriva. E’ un annuncio che ha un effetto immediato. Ed è per questo che Gesù, mentre sta parlando con i suoi, dice: “Alzate gli occhi, guardate! E’ già tempo di mietitura; sta già arrivando gente che ha capito chi sono; è già il momento di raccogliere!”. Ed è contento di questo. E’ contento perché vede immediatamente i frutti di quell’incontro, di quel dialogo. I discepoli, ovviamente, non sono in grado di capire bene il senso delle Sue parole. Solo Gesù  sapeva che cosa stava accadendo nella città dei samaritani. I discepoli vedono Gesù presso il pozzo e una donna, che è scappata via andando in città appena loro sono arrivati. Non possono comprendere. Gesù invece vede che cosa sta accadendo, vede la donna che annuncia e la popolazione che ascolta e crede, allora dice: “Guardate! E’ già tempo di mietere! Il Vangelo è già arrivato!”. Ed è proprio uno stupore gioioso quello di Gesù.

 

Subito dopo Gesù cita un proverbio che…

 

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Immagine:

Cristo, la samaratitana e gli apostoli di ritorno dalla città, MARTORELL, Bernat, 1445-52, Santa Creu Cathedral, Barcelona

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