25/02/2010
Omelia I domenica di Quaresima, rito ambrosiano
Inizia il tempo della Quaresima e come sempre siamo invitati a rivedere la nostra vita, il nostro cammino cristiano. Accade facilmente di sprecare questo periodo senza rendersene conto. La prima settimana passa per prendere consapevolezza di essere entrati in Quaresima, poi una settimana per scegliere di prendere qualche impegno, una settimana per accorgersi che non si è capaci, due settimane per pentirsi di non averlo fatto: alla fine non hai cambiato nulla. Forse è invece il caso di ripensare questo tempo nel suo valore, nella sua bellezza, come una grande possibilità che ci è offerta, come un tempo che continuamente ci richiama ad andare all’essenziale.
In particolare le letture di oggi - mi fermo soprattutto sulla prima e sulla seconda lettura - ci chiedono di verificare qual è davvero la nostra strada. Perché a volte non arriviamo da nessuna parte per il semplice motivo che, in primo luogo, non siamo coscienti di qual è il nostro vero punto di partenza e poi non siamo realmente consapevoli di dove vogliamo arrivare. Accade, nella vita spirituale. E, se parti con questi presupposti, sai già come va a finire.
Ora, la prima lettura ci invitava ad immedesimarci nel sentire del popolo d’Israele, profondamente consapevole del suo stato di peccato. Consapevole di quale è il suo grande peccato, che non consiste solo in piccole o grandi trasgressioni specifiche. Consiste, più radicalmente, in una profonda mancanza di fede. E’ qualcosa che ti fa rendere conto che non sei veramente credente, non ti stai realmente fidando di Lui. Tutte le volte che il popolo d’Israele ha vissuto quest’esperienza, ha anche vissuto il “cuore dilaniato”. “Laceratevi il cuore e non le vesti” è una delle espressioni della prima lettura. Sapete che c’era l’usanza, quando facevi penitenza per un peccato o di fronte ad un evento che dava scandalo, di strapparsi i vestiti: era un gesto un po’ scenografico, che rischiava di rimanere esteriore. Ma il profeta dice che, quando ti accorgi di quale è il tuo stato, è il tuo cuore che devi prendere e “strappare”. Perché, in realtà, si è attaccato a qualcosa da cui devi con grande forza tirarlo via. Devi proprio “strapparlo via”, come una pianta rampicante: avete presente quanto è difficile rimuovere quelle terribili edere che aderiscono ai muri ed entrano in ogni fessura! Ecco: il nostro peccato entra dentro il nostro cuore e si attacca, si annida in tutti i buchi possibili.
Noi dobbiamo riconoscere questo peccato: è il punto di partenza, altrimenti non andremo da nessuna parte. Non faremo alcun cammino, se non siamo neppure convinti - se non in un sentire vago e indefinito - di aver bisogno di cambiare.
Leggi tutto: I Quaresima.doc
Immagine: Due tentazioni di Cristo nel deserto, Maestro Francesco, 1475-80, Museo Meermanno Westreenianum
17:47
Scritto da: fragiampaolo
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10/02/2010
Domenica della Divina Clemenza, penultima dopo l'Epifania, rito ambrosiano, anno C
La pagina evangelica che ci viene donata è certo fonte di stupore per l’immediatezza della risposta di Levi alla chiamata di Gesù, narrata con una sintesi molto incisiva. Tanto più che Gesù sembra chiamarlo quasi per caso, “passando” dice il testo: come se Gesù stesse facendo altro, si gira, lo vede e gli dice: “Seguimi”. E quell’uomo si alza e lo segue. Con semplicità e prontezza, fa quello che Gesù gli dice. Viene spontaneo chiedersi: come è possibile? Da che cosa arriva una risposta così immediata a una proposta di Gesù, soprattutto da parte di un uomo che, almeno all’apparenza, era abituato a vivere nel peccato?

In realtà, dobbiamo renderci conto che a volte noi consideriamo le persone solo dall’esterno, ma quello che si agita nel loro cuore ci sfugge. Noi sappiamo che cosa si agita nel nostro cuore, però difficilmente riusciamo ad applicare questo criterio anche alle persone che ci stanno di fronte e quando uno è catalogato tra i “cattivi” non gli concediamo altre possibilità. Non crediamo davvero che possa cambiare. Eppure, dentro il cuore di ogni uomo c’è qualcosa che dice: “Cambia! Non va bene!”. Dentro il cuore di ogni uomo, anche il peggior peccatore dell’universo, anche l’uomo che noi immediatamente disprezzeremmo, da cui ci allontaneremmo d’istinto, uno che ha sfruttato, ucciso, distrutto, ha fatto cose abominevoli, anche dentro al cuore di quell’uomo, c’è qualcosa che Dio può raggiungere.
Ecco: una risposta così immediata alla chiamata di Gesù è certamente frutto di un percorso maturato nel cuore di Matteo. Sapete che quest’uomo nel Vangelo secondo Marco si chiama Levi, mentre negli altri testi evangelici è identificato come Matteo, uno dei discepoli, poi evangelista. E’ diventato quindi uno dei grandi annunciatori dell’amore e della misericordia di Dio, che arriva gratuitamente, come lui stesso ha profondamente sperimentato.
Quando Gesù lo chiama, Matteo è arrivato a rendersi conto di che cosa il peccato causava dentro di lui. La chiamata di Gesù arriva come risposta al grido di aiuto che emerge nel fondo del suo cuore.
Leggi tutta l’omelia: Penultima Domenica dopo l.doc
Immagine: Vocazione di Levi/Matteo, Vittore Carpaccio, Venezia, San Giorgio agli Schiavoni "Il ciclo della Scuola Dalmata", (circa 1465 – 1526).
10:39
Scritto da: fragiampaolo
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07/02/2010
Mt 8,18-22
Vedendo la folla attorno a sé, Gesù ordinò di passare all'altra riva. Allora uno scriba si avvicinò e gli disse: "Maestro, ti seguirò dovunque tu vada".
Gli rispose Gesù: "Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell'uomo non ha dove posare il capo". E un altro dei suoi discepoli gli disse: "Signore, permettimi di andare prima a seppellire mio padre". Ma Gesù gli rispose: "Seguimi, e lascia che i morti seppelliscano i loro morti".
* * * * * *
Il cammino della fede come qualsiasi altro itinerario è fatto di piccoli passi che comportano scelte e decisioni: è quello che il Signore Gesù al termine di una giornata di miracoli, di ascolto e di insegnamento chiede: “Sappi che metterti alla mia sequela comporta…”
Non vorrei fermarmi a sottolineare l’importanza del seguire Cristo, perché credo sia noto a tutti, quanto piuttosto evidenziare un'altra dimensione che caratterizza la sequela stessa.
Cosa differenzia quello dello scriba da quella del discepolo?
Innanzitutto il primo non riceve un invito da Gesù a seguirlo –come il secondo- ma è lui stesso che si auto propone: “Ti seguirò”, tradotto diversamente: “Seguirò te”.
Matteo pone l’accento sul fatto che non è Gesù che sceglie, è lo scriba che sceglie Gesù come maestro perché stando alla sua scuola possa esserlo un domani anche lui. In fondo in fondo lo scriba ha tutto calcolato: è lui che decide chi scegliere, cosa fare, cosa diventare. Spesso nel nostro vivere la fede anche noi siamo così: sono io che decido cosa fare, cosa è bene per me, cosa voglio diventare, oppure comunitariamente la scelta cade sulle persone (se c’è il tizio ci vado,… quella non mi sta simpatica allora non ci sto…) e con fatica cogliamo le tante iniziative proposte come un’occasione di grazia che Dio ci offre per farci fare un cammino nella direzione che Lui desidera e che magari è lontana dalle nostre aspettative. E’ come se ci offrissimo al Signore ma ad alcune condizioni che abbiamo già definito noi! E’ come se “usassimo” la fede per affermare noi stessi!
Citando le tane e i nidi (luoghi che evocano rifugio, sicurezza, protezione) Gesù invita a non aver altro che Lui, sarà Lui la nostra “casa”, sarà lui a guidare i nostri passi: se Dio vuole il nostro bene perché non lasciare che sia Lui a indirizzare i nostri passi?
Diverso è l’atteggiamento del discepolo, cioè di colui che rinuncia ai suoi progetti per condividere l’esperienza nuova offertagli da Gesù.
Qui è il Signore che chiama e sprona a rompere un vecchio modo di concepire la fede. Egli non invita a non osservare il quarto comandamento ma suggerisce al discepolo che la sua presenza è ben superiore a qualsiasi comandamento perché è Lui il nuovo ed eterno comandamento, è Lui la Parola fatta carne nella quale c’è salvezza. Essere cristiani non consiste nell’osservare scrupolosamente un precetto ma nell’accogliere il messaggio di Gesù che è gioia e vita piena; un messaggio che sa scardinare anche i comandamenti perché coinvolge la totalità della vita... Non è più questione di obbedienza, è questione di vita!
I “morti” che seppelliscono i loro “morti” allora sono tutti quelli che sono schiavi dei comandamenti perché essi non sono motivo di vita nuova ma solo di fatica, privazione ed obbligo.
Il mio pensiero va allora alle volte in cui viviamo la vita comunitaria come un “dover fare” ulteriori cose, come un “essere costretti” per fare un piacere a qualcuno. Niente di tutto questo: il Signore ci avvicina anche attraverso le esperienza degli altri e ci suggerisce stili nuovi di vita…lasciamoci incontrare!
Fr. G.Battista
20:40
Scritto da: fragiampaolo
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03/02/2010
Festa Santa Famiglia - Rito ambrosiano

La famiglia dovrebbe essere il luogo dove si conosce e si sperimenta il limite.
Istintivamente pensiamo al limite come una negatività, invece è una realtà importante nella vita. Se non abbiamo delle famiglie, che ci aiutano a sperimentare il limite di ciascuno, non saremo mai uomini e donne felici.
Il concetto di limite ha molte valenze.
Vuol dire la fragilità, per esempio: rispettare il limite dell’altro nella sua piccolezza, nella sua malattia, nel suo essere incapace di fare certe cose.
E questo ci conduce al secondo limite, quello della imperfezione. Nella famiglia si vive di imperfezioni, non di perfezioni. Se cerchi la perfezione, dopo due mesi entri in conflitto; perché non è possibile: non c’è; non si può costruire secondo quel criterio.
Il limite è il sapere che non puoi dominare l’altro; che hai un limite nell’altro, nella sua libertà, nel suo essere in un certo modo piuttosto che in un altro.
Limite è imparare che è impossibile essere o avere tutto.
Il concetto ci è immediatamente chiaro rispetto ai bambini: devi educare i figli e ovviamente sai che devi educarli al rispetto del limite; perché loro vorrebbero fare tutto, essere tutto, avere tutto, pensano di non avere limiti, di non ammalarsi mai. E’ più difficile applicare lo stesso criterio nella relazione di coppia. Invece probabilmente è su questo che si gioca la possibilità e la riuscita di un matrimonio. Su questo saper accettare ed educare al limite.
Certo, noi siamo immersi in una cultura che non reagisce secondo questi schemi. Ricorderete lo slogan pubblicitario “No limits”, che ha imperversato per anni, come se…
Leggi tutto: Santa Famiglia di Gesù.doc
12:26
Scritto da: fragiampaolo
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