30/08/2010
Omelia domenica che precede il martirio del Battista, rito ambrosiano
Ormai, se c’è una cosa che non fa più scandalo sono gli scandali. Hanno dilagato al punto che la vita attorno a noi sembra costruirsi esclusivamente su questo: agli scandali sono dedicate riviste intere e anche i giornali seri sostengono di essere “costretti” ad occuparsene in larga misura. Di fatto, lo scandalo è diventato talmente normale che “non scandalizza più”, se non quando ci coinvolge direttamente: ti interessa se ci perdi soldi o viene danneggiata la tua vita privata, altrimenti, nessun problema.
Di fronte alla Parola di Gesù – particolarmente dura contro chi provoca gli scandali – un rischio ulteriore è sentirla lontana da noi, come se fosse riferita solo ai grandi scandali, quelli che appunto finiscono sui giornali.
Ma conviene ricordarci che “scandalo” è una parola che significa “ostacolo che si mette in mezzo”. Facendo ricorso ad un’immagine, “scandalo” è quando stai viaggiando in autostrada sparato a 130 e la macchina di fronte a te va in testa coda e si ferma in mezzo alla strada.
“Scandalo” significa che il tuo cammino in quel momento si deve interrompere, per cui la meta resta lontana, e in più è in pericolo la tua stessa vita. Perché non solo rischi di non arrivare alla meta, ma anche di non arrivare vivo al minuto dopo. Lo scandalo funziona esattamente in questo modo.
“Scandalo” sono tutte quelle azioni che, in primo luogo, bloccano il cammino, per cui stai andando in una certa direzione, credi in una certa cosa e succede un avvenimento, una situazione qualsiasi, che in qualche modo ti fa fermare, non ti fa più considerare l’obiettivo che vuoi raggiungere e resti bloccato. Perché lo scandalo ha questo potere: ti attira lo sguardo, perché è lì, immediato.
In secondo luogo ti mette a rischio. Lo scandalo vero tenta. La dinamica è che vieni a conoscenza di una situazione e all’inizio – come tutti tendiamo a fare – ti comporti da moralista, finché riguarda qualcun altro. A furia di sentirla, però, ti abitui e comincia ad affacciarsi il pensiero che anche tu potresti replicare, nel tuo piccolo, il medesimo atteggiamento, che ora è del furto, ora è dell’adulterio, ora di mille altre cose; tutti gli scandali che vi vengono in mente, in realtà creano mentalità. Dopo un po’ non ti scandalizzano più, perché dentro di te scatta il meccanismo del “forse non è così grave”. E allora sì che ti fermi nel cammino.
E’ un processo che non si realizza solo nei grandi sistemi, ma anche nella vita quotidiana.
Tu magari arrivi sul posto di lavoro supermotivato a metterci impegno, ma, se sei in un ufficio dove tutti si fanno gli affari loro e nel tempo ciascuno continua per la sua strada, ti richiede davvero un grande sforzo continuare a volere fare le cose bene. Dopo un po’ è più facile che invece ti adegui – magari non proprio del tutto, perché vuoi comunque sentirti un pochino più su, ma passi dalla parte degli altri. Questo è lo scandalo che fa male. Questo è lo scandalo che Gesù ci chiede di considerare nella nostra vita.
Perché non è facile mettersi nell’ottica giusta. Vedete: noi, in realtà, scandalizziamo spesso.
Per esempio, prendiamo i cristiani nel nostro occidente; gli italiani, in particolare. Io ho presente i dialoghi con molti immigrati cristiani, che vengono magari da situazioni politicamente complesse, dove essere cristiano vuol dire rischiare la pelle, dove essere cristiani è una cosa seria, dove davvero sei messo al margine. E magari sono costretti a venire qui da noi. Al di là del fatto che sono trattati malissimo, quando arrivano tra noi si accorgono che i cristiani che pensavano di trovare non ci sono. Vengono in Italia, dove c’è Roma, il Papa, dove nasce il cattolicesimo e si attendono meraviglie. Poi arrivano qui e trovano noi, che non siamo proprio sempre meravigliosi. Può anche capitare, ma di solito, più normalmente, non siamo così sfolgoranti nella nostra vita cristiana.
Ecco, in un caso del genere, siamo di scandalo. Il nostro modo di “non essere” cristiani è di scandalo.
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11:23
Scritto da : fragiampaolo
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27/08/2010
Omelia XIII domenica dopo Pentecoste, rito ambrosiano
Gesù compie un gesto davvero inusuale – fatto con molta irruenza, quasi violento – che però dice più di quello che immediatamente ci può suggerire. Per comprendere meglio, cerchiamo di chiarire l’ambientazione in cui l’episodio si inserisce.
Il tempio per Gerusalemme, per gli Israeliti, è “il” luogo della presenza di Dio. E’ attorno al tempio che si è costruita la nazione; è attorno alla presenza di Dio che si è costruita l’identità di quel popolo. “Dio è con noi” è il punto di partenza. Se vi ricordate il racconto del libro dell’Esodo, il punto di partenza è: “Io sono con voi. Io sono colui che sono e mi interesso di voi”. Tutto inizia da questo: Dio è con il Suo popolo; Dio lo accompagna; Dio è nella tenda che attraversa il deserto; Dio si stabilisce nel tempio e così via. Anche attraverso le distruzioni del tempio, Dio trova il modo per tornare, per riprendere possesso di quel luogo e attorno si costruisce la nazione.
Abbiamo quindi un popolo che riconosce nel tempio il luogo nativo della propria esistenza. Israele nasce solo in quel luogo, solo perché c’è Dio.
Dall’altra parte, il tempio è il luogo dove si offrono i sacrifici di animali, come le colombe, che “rappresentano” l’offerente: si offre il loro sangue con l’intento di donare una parte della propria vita.

Nella storia di Israele, però, risulta chiaro che molte volte il senso autentico del tempio e del sacrificio è stato tradito. I profeti più e più volte hanno detto: “Guardate che state deragliando dal binario giusto!”. Accadeva infatti che la presenza del tempio – e di Dio nel tempio – veniva presa come scaramantica, quasi si trattasse di una sorta di potente amuleto: c’è Dio, quindi noi siamo a posto; finché c’è Lui ci protegge. Voleva dire allontanarsi sostanzialmente dal concetto di partenza, dal momento che la presenza di Dio diventava puramente strumentale.
Inoltre era facile che il culto degradasse, nel senso che l’offerta, ad esempio di una pecora, sembrava bastasse a “pareggiare i conti”; non si sentiva più necessità di doversi “anche” convertire.
Dobbiamo ammettere che si tratta di due tendenze sempre attuali. Anche nel corso della storia della Chiesa, come nella vita di ogni credente, non è difficile che ci siano momenti nei quali ti accorgi che la presenza di Dio diventa una specie di feticcio scaramantico. E allora porti in casa tanti oggetti sacri per proteggerti, ma non per convertirti, e il culto che fai sono parole, sono gesti – magari doni anche soldi per sentirti più bravo –, ma in te non c’è nessun tipo di cambiamento.
C’è tutta una linea profetica che va contro questo modo di interpretare la presenza di Dio e il culto. E Gesù certamente si inserisce in questa ottica per dire: “Cambiate! Il culto vero è quello del cuore. Non potete muovervi in questa direzione. E’ necessario purificare queste cose. Non presenza senz’anima! Niente sacrifici esterni senza cambiamento di vita!”.
Ma c’è di più. Quando ci si rende conto che questo episodio si colloca subito dopo l’ingresso in Gerusalemme e pochi giorni prima della Passione di Gesù, si intuisce che il suo significato porta decisamente oltre.
Gesù butta fuori dal cortile del tempio tutti gli animali che servivano per il sacrificio: resta solo Lui, che in realtà è il nuovo sacrificio. E’ il momento di un passaggio decisivo…
Leggi tutto: XIII Domenica dopo Pentecoste.doc
21:28
Scritto da : fragiampaolo
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19/08/2010
Omelia Assunzione di Maria al cielo, rito ambrosiano
Oggi noi contempliamo Maria – in anima e corpo – Assunta in Cielo. E’ grandissimo questo annuncio di una salvezza che ci raggiunge in ogni nostra dimensione e risana integralmente ciò che siamo. Una salvezza che progressivamente si costruisce e diventa operativa in noi, fino al compimento in Cielo, in Paradiso.
Se noi riuscissimo a sentirne la bellezza, ci accorgeremmo di come le nostre fatiche e le nostre gioie sarebbero diverse. Perché il guardare all’esito della nostra vita relativizza ogni situazione: ti accorgi che non è definitiva. Relativizzare, però, non vuol dire annullare, ma considerare e comprendere in rapporto a ciò che è più importante.
Allora, sapere che ogni nostra azione arriverà ad un compimento in Cielo e solo là ci sarà la pienezza, fa diventare tutte le situazioni che viviamo importanti, ma non definitive. Non c’è niente di definitivo nelle cose che conosciamo. Nulla permane. Tutto muta, tutto cambia, tutto è in continuo divenire. Ma non verso il nulla; è in continuo cammino verso un pieno compimento, verso una definitività, verso un incontro, verso una bellezza e una pienezza che sono il termine del nostro percorso. Quindi, da un certo punto di vista, relativizzi tutto, ma dall’altro ti rendi conto che tutte le piccole, singole cose acquistano un’importanza diversa, a seconda che ti blocchino o ti aiutino nel cammino verso quella meta; nulla di ciò che facciamo rimane neutrale.
Noi viviamo un tempo strano, in cui tutte le situazioni si spezzettano, ogni cosa diventa assoluta, importantissima, essenziale. Poi ne fai un’altra e anche quella è assoluta, importantissima, essenziale. C’è qualcosa che non torna: troppi “assoluti” non possono coesistere per definizione.
Così ti accorgi che non è vero: nessuna delle cose che noi attraversiamo è invalicabile, è assoluta. Neanche la morte. Non c’è nulla di ciò che noi viviamo, di tutto ciò che noi attraversiamo, che sia assoluto in questo mondo, che sia definitivo.
L’unica realtà definitiva che ci viene consegnata è l’Amore di Dio. Quello non muta mai; diventa solo più profondo; sempre più grande, sempre più bello, sempre più conosciuto. Ma è l’unica realtà che permane. Tutte le altre passano. E noi siamo contenti di questo!
Leggi tutto: Solennità Assunzione 2010.doc
17:46
Scritto da : fragiampaolo
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14/08/2010
Omelia XI domenica dopo Pentecoste, rito ambrosiano
Se mettiamo in negativo le indicazioni di Paolo che leggiamo nella seconda lettura, abbiamo l’immagine di un uomo che vive secondo uno stile profondamente empio: è incapace di vedere gli altri, incapace di ascoltare, ipocrita anche quando fa le cose buone, sempre pronto a sottolineare i difetti delle persone, inospitale – perché non sa accoglierti in nessun modo –, felice quando qualcuno piange, sempre a considerarsi più intelligente di qualcun altro. Dobbiamo ammettere che è uno stile di vita che va di gran moda. E probabilmente qualche volta ci caschiamo anche noi; non sono solo gli altri cattivi.

Dal lato opposto, Paolo ci dice: riaprite il cuore, tornate a fidarvi di Dio! Quando invece le ascoltiamo il primo commento interiore che ci viene è che sono belle, ma troppo difficili. Ma è troppo difficile non metterle in pratica! Quando noi consideriamo le sue indicazioni nella giusta ottica, ci accorgiamo che non praticarle è una follia.
Non è impossibile metterle in atto. Si diventa impossibili quando non ci si comporta secondo quella Parola. Perché si diventa persone buie, chiuse, irraggiungibili, incapaci di volere bene a qualunque livello.
Invece, guardate che respiro dà la lettura di Paolo. E’ un brano bellissimo, perché dice come si fa a vivere nello spirito.
Pensate al fascino contenuto in parole di Paolo come: “Gareggiate nello stimarvi a vicenda”. Ma che bello! Tutto il contrario di quanto si fa di solito, dove invece si cerca in ogni modo di dimostrare che si è superiori all’altro; si è sempre in ansia per dire che si è migliori degli altri.
“Gareggiate nello stimarvi a vicenda; abbiate i medesimi sentimenti gli uni verso gli altri; non nutrite desideri di grandezza”: sarebbe tutto così semplice se facessimo in questo modo. Provate a pensare a quanto tempo perdiamo nella nostra vita per fare il contrario di quello che ci suggerisce Paolo; per stare ad arrovellarci, a cercare di prevaricare gli altri, dimostrare di essere più intelligenti, migliori, di saperne di più, addirittura di poter soffrire di più – in qualche deriva molto “spirituale”. Ma è talmente semplice: consideratevi per quello che siete in tutta umiltà; gareggiate nello stimarvi a vicenda. Non stare sempre a cercare i difetti negli altri, ad enfatizzare le mancanze!
Gareggiate nello stimarvi a vicenda: ma pensate che gara sarebbe. L’immagine è proprio quella di una Olimpiade. E’ come se adesso fossimo tutti al punto di partenza; uscendo dalla chiesa, parte la corsa e la gara consiste nel fare vincere l’altro – se no non sarebbe gareggiare nello stimarsi a vicenda, perché se dobbiamo arrivare ancora primi non abbiamo capito niente. Si parte e quello che devi fare è aiutare l’altro ad arrivare prima di te. E facendo così arrivi anche tu al traguardo e le cose sono diverse.
Pensate come sarebbe differente la vita. E si può! Il Vangelo non ci chiede cose impossibili, ci chiede cose che si possono realizzare, fidandosi di Lui. Se ci fidiamo di Dio, queste realtà diventano possibili, non strane, non distanti. Sono belle e si fanno, si possono fare. Pensate come diventerebbe la comunità cristiana, se riuscissimo a vivere sempre di più secondo questa logica…
Leggi tutto: XI Domenica dopo Pentecoste.doc
Immagine: Lazzaro ed il ricco epulone di Jacopo Bassano, 1554, Cleveland, Museum of Art
18:00
Scritto da : fragiampaolo
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08/08/2010
Omelia X Domenica dopo Pentecoste, rito ambrosiano
Scusate il ritardo, ero convinto di aver già caricato l'omelia durante la settimana
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La prima lettura che abbiamo ascoltato ha un andamento che ci ricorda un po’ quello delle favole. Sembra ricalcare uno schema ben noto, nel quale appare il genio e ti invita ad esprimere un desiderio: chiedi quello che vuoi e ti sarà dato. In realtà, al di là della forma narrativa, apparentemente ingenua, ma tipicamente orientale, il contenuto è profondo. Perché, in fondo, la domanda che ci viene rivolta è: “Che cosa desideri davvero?”.
Se adesso Dio dovesse apparirti e dirti: “Dimmi quello che vuoi!”, che cosa risponderesti?
Qual è il vero desiderio che sta dentro il nostro cuore? Diciamo che un bel po’ di SuperEnalotto verrebbero fuori, probabilmente insieme a richieste molto più serie, relative a problemi veri, a situazioni che non si sa come affrontare.
A pochi di noi, però, verrebbe in mente di rispondere come Salomone, che evidentemente era già saggio prima di chiedere la saggezza – altrimenti non sarebbe arrivato a formulare tale richiesta.
Salomone chiede la capacità di discernere. Di riconoscere chi ha ragione e chi ha torto, dove sta il bene e dove sta il male.
Sembra strano che non abbia voluto doni diversi, più immediati da desiderare, più facili da apprezzare. Guardate che se noi avessimo il coraggio di chiedere la sapienza ci accorgeremmo che davvero in essa c’è la radice di ogni bene. Non è un dono che serve solo ad un re – che servirebbe tanto ad un politico, ad un giudice, ad un prete che deve giudicare le persone in confessionale, ad uno psicologo che le accompagna – tutti ambiti dove il giudicare è un’attività fondamentale.
Serve nella vita di tutti i giorni: pensate a quante volte noi giudichiamo non secondo giustizia e non secondo verità, ma secondo mille altri criteri. E giudichiamo chiudendo le persone dentro una gabbia e non riconoscendole nella loro verità. Magari giudichiamo un agire senza comprendere che cosa spinge le persone a muoversi in quella direzione. Giudichiamo un fatto senza comprendere quante conseguenze ha dentro la persona che fa il male. Noi facciamo fatica a capire l’altro.
Se avessimo il coraggio di chiedere il dono della vera sapienza, questa ci consentirebbe di riconoscere il cuore dell’altro e – come diceva la lettura domenica scorsa – fare come Dio, che guarda il cuore, non l’apparenza. Molte cose sarebbero allora possibili. E ci accorgeremmo che nascerebbe la pace, la capacità di vivere secondo criteri diversi, di entrare in relazione con le persone.
Leggi tutto: X Domenica dopo Pentecoste.doc
Immagine: Salomone, Benedetto Antelami
22:21
Scritto da : fragiampaolo
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29/07/2010
Matteo 10, 5-10
Questi sono i Dodici che Gesù inviò, ordinando loro: "Non andate tra i pagani e non entrate nelle città dei Samaritani; rivolgetevi piuttosto alle pecore perdute della casa d'Israele. Strada facendo, predicate, dicendo che il regno dei cieli è vicino. Guarite gli infermi, risuscitate i morti, purificate i lebbrosi, scacciate i demòni. Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date. Non procuratevi oro né argento né denaro nelle vostre cinture, né sacca da viaggio, né due tuniche, né sandali, né bastone, perché chi lavora ha diritto al suo nutrimento”.
Un primo pensiero che affiora alla mente leggendo questo brano è che non è per noi: è diretto agli apostoli e ci sentiamo già sollevati da un peso.
In realtà non è così ! Metti una messa domenicale in cui viene letto questo Vangelo. La Comunità della Brunella è riunita, convocata come assemblea di chiamati. Gesù parla proprio a noi che siamo i discepoli, coloro che hanno ricevuto i doni dello Spirito Santo e che da Dio hanno avuto ogni grazia, insieme al compito di essere inviati in missione ad annunciare la Buona Novella.
Ci viene chiesto in questo contesto di rivolgerci non genericamente a chiunque, ma innanzitutto a coloro che, raggiunti dalla grazia come noi, si sono distratti e persi nel cammino della vita.
Dobbiamo andare da quei fratelli che, per mille motivi, non vivono più la gioia di sapersi amati da Dio o che si trovano nel bisogno materiale o spirituale. La richiesta di Gesù deve essere calata nel contesto della nostra comunità parrocchiale e della nostra gente.
I Varesini, si sa, hanno la fama di essere un po’ chiusi, persone che si fanno gli affari propri.
Ebbene Gesù ci sta chiedendo ORA di rompere questi schemi, di aprire cuore e mente per vedere la realtà che ci circonda: nei nostri palazzi, nelle nostre strade, nei nostri quartieri, anche e nelle nostre famiglie. Siamo insomma chiamati ad avvicinare le persone che vivono nei nostri ambienti , per portare la Parola che salva : GESU’ E’ IL DIO CON NOI ! Siamo chiamati a consolare chi è triste e solo (e quanti ce ne sono! Ma troppo spesso non vogliamo vederli); scelti per aiutare concretamente chi è ammalato, addirittura, dove è possibile, invitati a farsi carico e seguire nel tempo alcune situazioni particolarmente difficili e fragili. Con l’accoglienza, con la condivisione, con la nostra testimonianza e con la preghiera, possiamo realmente, in nome di Gesù, scacciare i demoni dell’indifferenza, dell’egoismo, del rancore e portare la pace e una concreta solidarietà. Sono queste le opere di misericordia spirituale e corporale con cui ci presenteremo a Dio.
Con quale atteggiamento possiamo vivere tutto questo? Con grandezza di cuore, perché siamo consapevoli che ciò che doniamo, lo abbiamo già gratuitamente ricevuto e in abbondanza.
Un altro atteggiamento Gesù chiede al discepolo in missione: alleggerirsi di tanti pesi, preoccupazioni e affanni reali, quelli che ciascuno di noi porta e con cui convive, ma che non devono essere totalizzanti per noi, perché ci impedirebbero di essere liberi. Più importante è Gesù: guardiamo a Lui come origine e meta del nostro essere e del nostro agire; guardiamo a Lui che è Amore per portare amore e salvezza agli altri.
Non potrebbe essere questo il programma pastorale da assumerci per il prossimo anno? Costruire una comunità di persone che si sentono inviate ad annunciare a tutti, a partire dai vicini, il Vangelo in parole e opere, anche piccole ma concrete e quotidiane. Spogliati quindi delle nostre sicurezze, mettiamoci al lavoro nella vigna del Signore, certi solo della Sua compagnia!
Loredana
21:15
Scritto da : fragiampaolo
in CPP (Consiglio Pastorale): meditazioni | Link permanente | Commenti (0)
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27/07/2010
Omelia IX domenica dopo Pentecoste, rito ambrosiano
La figura di Davide è davvero bella, molto interessante. Se leggete i testi biblici che raccontano dell’esperienza di vita di questo incredibile re, vi accorgerete che è estremamente ricca e varia. Davide conduce un’esistenza piena di avventura e di colpi di scena, di errori come di elementi positivi: una vita veramente densa.
Il brano che ci viene proposto narra l’episodio iniziale, che orienta tutto il cammino di Davide; è il punto di partenza della sua esperienza, quello che non gli sarà mai tolto.
E’ un momento particolare. Re Saul non è secondo il cuore di Dio – è stato il primo dei re e non risponde, non obbedisce, non ha il cuore giusto – e allora Dio sceglie un altro come re. Ora, il profeta, che deve andare ad ungere il prescelto, ovviamente ragiona secondo criteri normali: al posto di Saul, che è bello, forte, intelligente, capace, ritiene di dover trovare una persona che sia allo stesso livello! E va in giro cercando uno che rientri in quei parametri: che abbia forza, capacità, potenza, bellezza, fascino. La realtà dei fatti si rivela più complessa. Samuele viene mandato da Dio in un piccolo villaggio, non nella famiglia più ricca del paese. Passa in rassegna tutti i suoi figli e, naturalmente, parte dal più grande e bello: il profeta è convintissimo che sia lui. Ma non è così. Il Signore li rifiuta tutti, uno dopo l’altro. Sembra non ne resti nessuno; il profeta resta quasi “perduto” e chiede se davvero non c’è alcun altro figlio. Così Iesse manda a chiamare il più piccolo. Vuol dire scendere ancora: Samuele è stato mandato in una misera famiglia di un misero villaggio e ha di fronte il minore dei figli. Resta comprensibilmente smarrito di fronte a questa scelta. Ma, nel momento in cui Davide entra in casa, Dio gli dice: “E’ lui! Io guardo il cuore, non l’aspetto esteriore. Tu fidati. Se io voglio prendere il più piccolo di tutti i più piccoli, questo è un affare mio. Lui va bene!”. Il profeta obbedisce e unge Davide. L’unzione era un gesto tipico della consacrazione regale – il Messia significa l’“unto”. Poi Samuele va via.
Passeranno molti anni prima che Davide diventi effettivamente re. E’ un ragazzo e ci vorrà tempo prima che arrivi davvero sul trono. Ma intanto c’è quest’idea di fondo che Dio lo ha scelto gratuitamente, senza suo merito, senza che lui potesse dire: “Mi ha scelto perché sono bravo, bello, intelligente”. Non era ancora possibile dire di lui queste cose. Davide viene scelto perché Dio lo vuole. E quest’idea resterà così profondamente nel cuore di Davide che sarà l’unico vero appiglio nella sua esistenza tutte le volte nelle quali ne combinerà di grosse e sarà tentato di dubitare della propria elezione, di guardare troppo al proprio peccato. Non riuscirà mai a farlo, perché avrà sempre in testa: “Lui mi ha scelto quando io non ero assolutamente niente e nessuno; e mi ha scelto gratuitamente”. Questo punto di partenza fa sempre da àncora al cuore di Davide.
Se leggi certe pagine, ti chiedi come è possibile che ci venga proposto come punto di riferimento. Il fatto è che, al di là dei suoi peccati, tutte le volte che Dio si è rivolto a lui, Davide ha compreso il suo errore, proprio a partire dalla consapevolezza iniziale che Dio lo ha amato prima di ogni sua azione e continua sempre ad amarlo e la Sua scelta non viene meno.
Così Davide non si è perso dentro il suo peccato – nell’affermazione di sé o nei sensi di colpa. Ha guardato Lui; ha guardato a quella promessa. E ha cambiato di nuovo la sua vita, mille e mille volte. Perché, nei testi che noi leggiamo, Davide compie errori madornali e poi però ha il coraggio di pentirsi, anche pubblicamente, e di ricominciare il suo cammino. Capace certo di muoversi anche nel mondo del male, ma sempre poi in grado di voltare di nuovo lo sguardo verso ciò che è essenziale, di rimettersi a guardare il Signore, di tornare ad essere discepolo.
In questo ci insegna tanto. In questo il re Davide è un grande modello. Non per i peccati – è un campo in cui non abbiamo bisogno di insegnamenti –, ma per la capacità di non perdersi nel proprio peccato, di riconoscerlo e guardarlo in faccia, senza far finta che non sia tale, magari perché fanno tutti così. Davide non ha mai negato il proprio peccato. Nel momento in cui gli hanno fatto vedere il suo peccato, lo ha riconosciuto. Ma non si è smarrito nei sensi di colpa che cominciano a farti girare sempre su di te, a tornare sempre su ciò che hai fatto, sul tuo errore – in realtà è solo perfezionismo frustrato, un continuare a guardare a se stesso. Ogni volta è stato beccato da Dio e subito è uscito da sé e ha guardato Lui e ha detto: “Va bene, Signore, adesso fai tu, perdonami e fammi tornare”.
Leggi tutto: IX Domenica dopo Pentecoste.doc
Immagine: Davide in preghiera, Jean Colombe, Les Très Riches Heures du Duc de Berry
18:02
Scritto da : fragiampaolo
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